LA RIFORMA CHE DIVIDE (E SPACCA) IL PAESE

LA RIFORMA CHE DIVIDE (E SPACCA) IL PAESE

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Lo chiamano il ‘’cammino dell’indipendenza’’ ma in realtà è la riforma che se attuata finirà con il dividere l’Italia. L’accusa è sempre quella, il momento della verità si avvicina sempre di più e mentre nel nord del paese si dà il fiato alle trombe dell’autonomia che si avvicina dal Garigliano in giù non v’è traccia di una risposta corale che dovrebbe essere guidata da quel che resta del PD che, invece, parla d’altro (non e’ chiaro nemmeno di che cosa, in verità, se non delle solite chiacchiere interne).

 L’accusa è sempre quella e cioè che la spesa delle Regioni meridionali sia gonfiata dai costi dell’assistenzialismo. E a riprova di ciò si snocciola il numero del personale ogni 100 mila abitanti, pari a 228 unità in Basilicata contro una media nazionale di 70 e ai 32 in Lombardia o 52 in Veneto. Poi é arrivato a fine anno il reddito di cittadinanza voluto dai 5 Stelle che secondo alcune stime andrebbe al 63% al Mezzogiorno e giù altri strali ma ormai da più parti soprattutto nel Nord del Pese ci si chiede se hanno fondamento queste cose, se è possibile continuare an andare avanti con questa teoria che il Sud drena risorse ad un Nord locomotiva d’ Europa, frenandone così lo slancio. Hanno cioè fondamento le richieste di restituzione dei residui fiscali che oggi migrano dalle Regioni così dette virtuose a quelle meno efficienti?

 Scrive il Corriere della Sera, bibbia del nord operoso da sempre: ‘’anziché’ abbandonare il Sud, il Nord dovrebbe provare a valorizzarne la disponibilità di risorse fisiche e di fondi delle Agenzie europee di cui dispone. A propria volta il Sud dovrebbe impegnarsi a migliorare la propria produttività rispetto a quelle settentrionali’’.

Restiamo ai temi prettamente economici per un attimo, tralasciando quelli istituzionali, democratici, sociali trattati già in altri articoli pubblicati sul Quotidiano del Sud (l’ultimo il 2 gennaio scorso): la Banca d’Italia segnala come nel ventennio che va dal 1995 al 2015 il divario si sia ridotto per l’uscita dal mercato, nella lunga fase recessiva, delle imprese meno efficienti. Resta la carenza infrastrutturale endemica per responsabilità esclusive dei governi centrali e invece la velocizzazione delle opere dei vari governi locali soprattutto in tema di spesa dei fondi europei (ma in questi anni la cosa almeno in Calabria é assai migliorata) e per il rispetto dei protocolli di legalità. Sulla redistribuzione fiscale ancora Bankitalia per bocca del suo direttore generale Salvatore Rossi lo ha spiegato assai bene: ’’c’è sempre stato un travaso di risorse pubbliche dal nord al sud per il semplice fatto che le entrate tributarie sono correlate al reddito dei contribuenti che è strutturalmente più basso al sud mentre la spesa pubblica é uniforme nel Paese’’ (Il Foglio). E’ vero infatti che il residuo fiscale (cioè quanto si incassa e quanto si spende) ha il segno più solo nelle regioni del nord mentre tutte le altre regioni spendono più di quanto incassano, a cominciare dalla Sicilia, per le ovvie ragioni di cui sopra.

 E’ bene che si ricordi che questa scelta’ di equità é scritta nella Costituzione, mentre altra cosa è stata ed è il funzionamento del meccanismo redistributivo che ha fatto registrare ad esempio una cattiva gestione dei servizi pubblici al Sud. Ma su questo aspetto Svimez nel rapporto citato il 2 gennaio scorso nel precedente articolo ha un suggerimento: superare il funzionamento della spesa storica a favore dei costi standard per garantire i livelli essenziali e le funzioni fondamentali. Sapendo che a gestire il tutto sempre lo Stato centrale deve essere e non le varie Regioni.