AUTONOMIA. Quando la Calabria arriva prima

AUTONOMIA. Quando la Calabria arriva prima

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Sarebbe da irresponsabili sottovalutare quello che e’ avvenuto nel Consiglio Regionale della Calabria con l’approvazione all’unanimità un atto che – primi tra tutte le regioni del Sud – cerca di porre un freno a questa follia della secessione dei ricchi del nord ai nostri danni.

Non era scontato che si arrivasse a ciò, il clima era ed è quello che è, le elezioni non sono lontane etc etc, eppure le tanto vituperate forze politiche magari sono arrivate un po’ tardi ma sono arrivate per prime. Non hanno fatto ciò in Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata e l’unanimità segna un punto molto forte nella battaglia che comincerà dopo il 15 febbraio.

L’atto votato da tutti i consiglieri calabresi è chiaro e diffida il Governo nazionale “a predisporre atti che prevedano trasferimento di poteri e risorse ad altre Regioni sino alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117,  lettera m della Costituzione), trasmettendo tempestivamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il testo della presente risoluzione’’.

Su queste problematiche – era stato l’invito del presidente della Regione, Mario Oliverio – guai a dividersi perché’ il tema è strategico. Così per fortuna è stato.

I referendum di Veneto e Lombardia hanno inserito quesiti che vanno ben oltre l’articolo 116 Costituzione, arrivando a 23 materie su cui è possibile sottoscrivere intese. L’impressione è quella di repubbliche che stanno avviando un processo di secessione ed il dibattito finalmente all’altezza sviluppatosi nell’aula dell’Assemblea calabrese ha sviscerato come questo tema si sta riproponendo in modo surrettizio. E’ evidente che siamo infatti in presenza di un processo che punta alla marginalità di alcuni territori e che per questo va anche nella direzione opposta dell’Europa, che punta a sostenere le aree più deboli, e addirittura in direzione opposta anche della legge Calderoli, un leghista, del 2009 che prevedeva il vincolo di destinare al Sud del paese il 34% delle risorse ordinarie.

In Consiglio regionale a Reggio si è ovviamente riproposto il grande tema di come ripensare il regionalismo ed il Meridionalismo. Ci vuole un Sud che non chiede assistenza ma che si propone in una veste nuova, riflettendo naturalmente anche su sé stesso, sui problemi creati dalle responsabilità delle classi dirigenti del Mezzogiorno e dei territori, un Sud che si interroga sui propri limiti, ma che si propone in una dimensione nuova e aiutare il Paese nella sfida globale.

Altro tema è quello del recupero del grande gap accumulato in un secondo e mezzo: c’è bisogno di strumenti differenziati anche nell’utilizzo delle risorse e del gettito fiscale, stando però attenti non a buttare tutto a mare, a non buttare l’acqua sporca con il bambino. In conclusione un Sud che non solo si oppone ma si propone.

L’atto del Consiglio regionale ovviamente non è che il momento iniziale di un percorso: bisognerà assumere iniziative, puntando a intese nelle singole materie e non già nel gettito fiscale. La precondizione è, tuttavia, non mettere in discussione un dettato costituzionale della crescita e della coesione del Paese, perché la spinta oggi è la disarticolazione del Paese, e questo non se lo può permettere ne’ il Sud ma nemmeno il Nord. Se ci pensa bene.