SPACCAITALIA. Il delitto sarà servito

SPACCAITALIA. Il delitto sarà servito

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Per usare una terminologia cara al noto politologo Piero Ignazi il delitto dell’autonomia dei ricchi è, dunque, servito. Non ci si faccia illudere dalle belle parole, dai rinvii tattici dell’altro giorno in Consiglio dei Ministri, o d’altro dettati dai sempre più imbarazzati grillini: quello che la Lega Nord aveva promesso alla fine ci sarà. Vedrete. Magari con qualche imbellettatura perché’ nessuno perda la faccia…

  Flebile, troppo flebile la voce di chi si oppone; tardiva la reazione di chi dove alzare un muro fin dall’inizio e invece s’è svegliato solo nelle ultime settimane, peraltro in evidente contraddizione – leggi il PD – sia per quanto non  fatto nel passato più o meno recente sul tema del federalismo e dell’autonomia vera ma sia, soprattutto, perché’ c’è dentro mani e piedi in quella oscenità come testimonia la posizione del presidente pd dell’Emilia Romagna.

  Che si tratti di un delitto è ormai assodato da tutti, giunto quasi a compimento dopo un percorso assolutamente opaco, senza un dibattito pubblico, mantenuto più o meno sotto traccia o silente del tutto per mesi e mesi e che nel migliore dei casi non ha coinvolto affatto l’intera opinione pubblica nazionale. I piccoli ripensamenti dell’ultim’ora, soprattutto nel rapporto con il Veneto non attenuano di un solo centimetro la gravità del fatto e il cuore dell’accordo: la definizione dei così detti fabbisogni standard calcolati sul reddito di ciascuna regione c’erano e sono rimasti. Quindi com’era dal principio chi ha di più riceve di più e la logica della redistribuzione, della perequazione, viene completamente disattesa.

  Ma il problema non e’ tanto dei soldi. L’Italia diverrà un vestito di Arlecchino (definizione fulminante sempre di Ignazi) con alcune pezze ‘’sfavillanti e altre logore’’. Scuola e sanità saranno, in particolare, massacrate, sarà demoliti il sistema educativo nazionale e la disastrata sanità nostrana chiuderà praticamente bottega, come il presidente dell’Ordine dei Medici di Cosenza ha lucidamente riassunto in un’intervista alcuni giorni fa.

  Eppure c’erano state aperture giunte dal sud su quel processo innescato un anno fa: su tutte la proposta dell’Unione industriali di Napoli e dell’Università Federico II del capoluogo campano, con i famosi 7 punti per l’autonomia possibile e di come cioè trasformare il regionalismo differenziato in un’opportunità di sviluppo. Come a dire, fare del Mezzogiorno il laboratorio di una grande riconversione ecologica dell’economia italiana (pensiamo a Taranto, Gela, Milazzo, Bagnoli). Temi pero’ evidentemente troppo alti e troppo seri per essere presi in considerazione da chi da tempo ha in mente un solo pensiero, dissimulato per fare abboccare i tanti elettori allocchi del sud che infatti sono cascati in pieno nella propaganda populista: spaccare il paese e’ il vero obiettivo, cioè il vecchio progetto leghista che trova la strada per compiersi. Complici coloro i quali stanno per essere definitivamente uccisi. Cioè i meridionali stessi.

  Cosa fare ora è assai difficile da pensare e da dire in un paese che pensa solo alle elezioni europee tra tre mesi, che non riesce a sciogliere un solo nodo che sia uno (Tav, autonomie appunto, etc) ma che non ha opposizione in nessun campo. C’è però il tempo di fare almeno una cosa da parte della classe dirigente del Mezzogiorno d’Italia, intesa nel suo complesso e nella sua generalità politica e culturale: non cercare soluzioni al ribasso, rialzare la testa, riunificare il meglio che c’è dal Garigliano in giù per cercare di dare una svolta e un futuro. Da soli? Da soli. Non c’e’ altra soluzione all’orizzonte ma non ce la faremo. Lo dicono i numeri e anche la storia. Con il regionalismo il Mezzogiorno ha perduto qualunque posto e voce sulla scena nazionale ed è ripiombato in una solitaria impotenza (Galli della Loggia), ma c’è anche un’impotenza storica del regionalismo del nord che si rispecchia tutto in questa triste vicenda di cui attendiamo ora la parola fine.