L'ANALISI. Zingaretti e il popolo del Pd

L'ANALISI. Zingaretti e il popolo del Pd

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UNO. Partiamo dalla solida lucidità di Agatha Christie secondo cui: "Un indizio è un indizio. Due indizi sono una combinazione. Tre indizi sono una prova". Ora, pur tralasciando la massiccia iniziativa romana dei sindacati contro il governo e la straordinaria manifestazione antirazzista dei 200mila a Milano, mettiamo in fila 1) Pd e Abruzzo, 2) Pd e Sardegna, 3) Pd e Primarie. Tre indizi che dimostrano che la prova c'è: una prova in vita del Partito Democratico in precedenza dato moribondo o, secondo alcuni, ormai bello e defunto. Ovviamente, che il Pd sia vivo e stia meglio non significa un processo irreversibile, che è categoria inesistente in politica. Ma soltanto che è tornato in campo, sia pure al momento più debole che in passato, ed è in grado di giocare una partita che sarà difficilissima e dall'esito non scontato.
Certo, gli indizi della "prova" in vita del PD sono nello stesso tempo una "prova contro" l'alleanza giallo-verde. Significano che i 5* (vedi, Abbruzzo Sardegna e sondaggi) si stanno sgonfiando e che il leghismo (vedi Abruzzo, frenata sarda e manifestazione di Milano, cuore degli antichi domini leghisti) ha difficoltà a continuare a espandersi. Indizi e tendenze, anche questi non irreversibili, ma in pieno svolgimento.

DUE. Tutto ciò premesso mi pare che il fatto politico più importante e dirompente delle Primarie venga ancora sottovalutato dal mondo della politica e dagli analisti. D'accordo, elettori più vicini ai due milioni di domenica, anziché all'obiettivo di un milione, in precedenza immaginato e sognato per non morire, sono un assist fino ieri impensabile e un'occasione straordinaria. Ed è anche vero che le lunghe file ai gazebo sparsi per tutta Italia rivelano disponibilità e potenzialità ben diverse da quelle di un click tocca e fuggi.
Ma non sono questi gli elementi destinati a modificare la dinamica tra le forze politiche italiane che il paese ha conosciuto negli ultimi anni. Il punto di rottura, invece, è la percentuale dei consensi ottenuti da Zingaretti che con quel popò di voti non dovrà niente a nessuno e dovrà tutto al popolo del Pd. Le Primarie, grazie a quest’alta percentuale di consenso hanno licenziato Zingaretti primo segretario "pieno" e "autonomo" dopo una lunga stagione politica (iniziata con le dimissioni di Veltroni da segretario) di leader Pd a bassa e comunque insufficiente legittimazione prima di tutto dentro lo stesso Pd. 

TRE. Insomma, i rapporti e i conti col Pd di Zingaretti coincideranno con tattiche e strategie del Pd di Zingaretti e dei gruppi dirigenti a cui darà vita, e non più con un segretario contro cui si possono scatenare dall'interno, e perfino dall'esterno, baruffe e bufere in un crescente logoramento funzionale al potere delle baronie interne al Pd.  Controprova: se avessero votato 4 milioni di italiani invece di due, ma nessuno dei tre candidati avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei votanti il Pd avrebbe rischiato la scomparsa. A norma di statuto, il segretario sarebbe stato eletto d'Assemblea Nazionale. Sarebbero scattati patteggiamenti, do ut des, micro e macro accordi più o meno paralizzanti. Invece sembra essere scattato un meccanismo del popolo del Pd (che non coincide coi suoi militanti ma è molto più ampio) che ha inteso conferire a Zingaretti un potere perfino esagerato per liberare una volta per tutte il Segretario da chi controlla pezzi del Pd. Una spinta che forse non è nata per intero all’interno del Pd e che sembra originata anche dalle preoccupazioni, e perfino dalle paure, degli italiani di fronte a parole, gesti e decisioni del governo giallo-verde. Nessuna corrente del Pd oggi può vantarsi di essere stata decisiva e necessaria per l’elezione a segretario del Governatore del Lazio.
È questo che cambia. Ed è un punto strategico destinato a irrompere nel Pd modificandone i rapporti interni ed esterni. Cambiano (possono cambiare) le dinamiche tra Pd e area di riferimento, Pd e alleati, Pd e partiti, Pd e avversari.
Paradossalmente lo hanno capito prima di tutti gli altri Zingaretti e Renzi. Il primo non avrebbe mai potuto giocare, se non avesse registrato un consenso tanto ampio sul proprio nome, col titolo del libro del suo predecessore, "Un'altra strada è possibile", con affettuosa serenità (Renzi mi ha fregato il titolo che avevo in mente: ha detto in tv). Lo avesse fatto senza il consenso di domenica sarebbe incappato nelle ire dei capi-corrente che hanno via via logorato e affossato Renzi e che ora le Primarie hanno drasticamente ridimensionato. E Renzi non gli avrebbe mai garantito, come ha subito fatto, lealtà e sostegno politico.
Zingaretti è ora fortissimo. Può ascoltare, discutere e decidere con chi ritiene necessario per raggiungere gli obiettivi che il Pd deciderà di perseguire. Ovviamente, se saprà e vorrà utilizzare fino in fondo forza prestigio e autorevolezza affidatagli dal popolo Pd.