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L'INTERVENTO. Sovranità digitale e Unione Europea

L'INTERVENTO. Sovranità digitale e Unione Europea

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Un nuovo spettro si aggira per l’Europa ma, stavolta, non è il comunismo. Si chiama sovranità digitale. Una dimensione geopolitica ignorata, o colpevolmente sottovalutata, dai regnanti di tutta Europa. Si tratta di una dimensione vissuta prevalentemente in chiave difensivistica (come accaduto con le agenzie di Cyber Security sorte per evitare il c.d. cyber terrorismo)  o di tutela romantica dei confini digitali (come se fosse poi possibile tutelarli davvero, attesa la pervasività delle ICT).

Opportunamente il direttore Maurizio Molinari, su La Stampa del 3 Marzo, dedica un suo editoriale alla questione sollecitando l’Unione Europea ad un preciso impegno sulla sovranità digitale ancorandola, tuttavia e prevalentemente, alla questione della tutela dei cittadini. Basteranno delle dichiarazioni d’impegno, ancorché autorevoli  e a ridosso della competizione elettorale europea, a colmare  il ritardo che l’Europa ha accumulato rispetto a Cina e Stati Uniti?

La questione Huawei e la guerra dei dazi USA-Cina  sembrano in verità nascondere una battaglia molto più ampia e quasi tutta giocata in ottica di controllo delle nuove tecnologie digitali, 5G in primo luogo, e dello sviluppo commerciale di applicazioni d’intelligenza artificiale.

La maggioranza degli stati europei, Italia in primis, appare tuttavia preoccupata e distratta dalla tutela dell’identità nazionale, della questione migranti e da un ormai impossibile sovranismo monetario proprio mentre,  appena fuori dai confini europei, si gioca una partita fondamentale e unica per lo sviluppo economico dei prossimi decenni.

A soli due mesi di distanza dalle elezioni europee di Maggio 2019 nessun partito, nessun paese, nessuna coalizione elettorale sembra porre con decisione la questione della sovranità digitale tra le priorità della nuova Europa. Perché tanto provincialismo? Basti pensare a ciò che è stato del pur meritorio e ambizioso programma UE, noto come Agenda Digitale Europea,  derubricato, almeno in Italia, ad un modesto piano d’interventi su fatturazione elettronica e identità digitale.

L’Europa non riesce a decollare sulle questioni strategiche e sulle prospettive di lungo periodo.

E questo mentre sovranità territoriale e sovranità monetaria (con algoritmi che orientano decisioni d’investimento planetarie e cripto valute legate alla blockchain) sembrano sempre più nitidamente assumere la natura di consunti totem identitari di una stagione ormai lontanissima.

Sarebbe opportuno, viceversa, fare della sovranità digitale la vera questione democratica e partecipativa della governance europea, in uno scenario che appare sempre più globale e turbolento.

Cominciando a distinguere la questione dei diritti digitali dei singoli cittadini (privacy, diritto all’oblio, tutela dei dati personali)  dalla questione, ben più ambiziosa e strategica, delle policy digitali sullo scacchiere delle relazioni internazionali.

Il controllo delle ingerenze elettorali in chiave digitale (quasi superfluo ricordare qui il caso di Cambridge Analytica nel caso delle elezioni di Trump e della Brexit) dimostra che una questione di sovranità digitale esiste e che occorra, necessariamente, valutarla nel quadro di una dimensione globale e quindi di accordi internazionali e di cooperazione.

Alla vigilia di una competizione elettorale così importante sarebbe necessario confrontarsi sulle enormi opzioni geopolitiche sul tappeto quali, ma sono solo degli esempi, le formidabili opportunità nascenti dall’Eurasia, la rimodulazione dell’Atlantismo, il coraggio di una scelta di equidistanza. Opzioni tutte legate alla questione della sovranità digitale.

Purtroppo niente di tutto ciò sembra occupare attualmente l’agenda del dibattito elettorale europeo. Sembra quasi che le uniche questioni dirimenti siano i gilet gialli, la difesa dei confini nazionali dai barconi di migranti, la burocrazia degli uffici europei e il contrasto al populismo.

Il silenzio del nostro Paese rispetto a una questione così centrale non promette nulla di buono.

Lo spettro del provincialismo si aggira, stavolta davvero, per l’Europa.

Stati Uniti, Cina e Russia ringraziano.