L’INTERVENTO. La Calabria e la politica che non c’è

L’INTERVENTO. La Calabria e la politica che non c’è

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In Calabria, ma non solo, mentre la frenesia del tempo incalza il percorso verso la modernità, diventa ogni giorno più difficile seguire un filo logico in un ragionamento su temi che riguardano una strategia credibile e praticabile per uscire dallo stato di agonia economico sociale, in cui ormai da tempo si dibatte la regione. E la babilonia dei linguaggi e delle terapie si scontra con il susseguirsi impietoso dei fatti e degli avvenimenti, sempre più accelerati, che riguardano il mondo e il paese e che hanno sicuramente dei riflessi anche su una regione periferica come la nostra.

Prendiamo per esempio la grande mobilitazione giovanile, portata avanti dall’entusiasmo di una giovane svedese dalle trecce bionde, Greta, che sta aprendo uno squarcio imprevedibile sul grande tema dei cambiamenti climatici, che interessano e come una regione come la Calabria, che dovrebbe sopravvivere puntando sempre di più e meglio sulla bellezza e unicità del suo patrimonio naturale e che, invece, sembra indifferente alla progressiva scomparsa delle sue peculiarità ambientali. Per non parlare della grande e suggestiva questione che va sotto il nome evocativo e affascinante di “Via della seta”, che è diventato l’ennesimo argomento caldo per segnare le incolmabili diversità tra Lega e M5S, che a volte vengono riposte prudentemente tra la polvere sotto il tappeto, ma che condizioneranno irrimediabilmente la futura collocazione geopolitica del nostro paese. Mentre si parla di un non meglio chiarito “Memorandum”, in cui si fa riferimento a vincoli giuridici che dovrebbero legare l’Italia alla Cina, senza specificare su quali ambiti economici e commerciali e su quali assett si svilupperà la sempre più massiccia presenza cinese sul nostro territorio e se tutto ciò rischia, paradossalmente, di mettere a repentaglio la stessa sovranità nazionale.

E’ chiaro che non si tratta di avere una visione provinciale. Specie se si pensa al disegno visionario del monaco Xuauzang che nel 629 d.C, durante la dinastia Tang, percorse la via della seta fino a giungere in India, alimentando la leggenda del “Viaggio in Occidente”, ma soprattutto si pensi a Marco Polo e ai suoi avventurosi viaggi e ai suoi intensi colloqui con Kublai Kan, in cui si prefigurano nuovi modelli di civiltà, poeticamente rievocati da Italo Calvino ne “Le città invisibili” . Ormai i processi e l’incontro tra culture si sviluppano in una dimensione mondiale, e alla politica è richiesto di avere una capacità di “guardare lontano”, come facevano uomini di governo come Craxi, Andreotti e Moro, ma con l’occhio vigile sulla collocazione dell’Italia al centro dell’area vasta del Mediterraneo.

E anche in questo ambito la Calabria, che proprio sulle suggestioni e sul lavoro e l’ingegno legato alla via della seta aveva avuto un indiscutibile primato nel corso dei secoli, sembra definitivamente tagliata fuori da un disegno che tende a privilegiare le grandi infrastrutture portuali lungo il corridoio da Genova a Venezia. E il malconcio e degradato Porto di Gioia Tauro, su cui si è per anni perpetrato il più grande bluff economico e sociale da parte dei Governi nazionali, nell’inettitudine irresponsabile delle classi dirigenti e politiche calabresi, tagliato definitivamente fuori dai grandi flussi delle merci della nuova via del commercio verso la Cina, che fine farà? Qual è la proposta del Consiglio Regionale e della deputazione parlamentare calabrese, mentre il pensiero è ormai rivolto solo all’appuntamento fissato dalla Suprema Corte per il prossimo 20 marzo, al quale sono appese le speranze dei più di mantenere il congruo stipendio regionale?

E che dire della inquietante questione legata alla cosiddetta “autonomia differenziata” o “regionalismo rafforzato”, relegato sempre più alla convegnistica consolatoria e alle lamentazioni intellettualistiche di una classe politica e dirigente che, anche su questo tema, pur avendo accumulato ritardi e responsabilità, ha perso l’occasione per elaborare, ove ne abbia ancora le capacità, una originale proposta che faccia uscire la Calabria e il Mezzogiorno dall’ineluttabile isolamento.

Non dicendo sempre NO a tutto quello che sa di cambiamento e opponendosi irrazionalmente ad un processo ormai irreversibile, che tende ad accentuare le diversità tra le regioni più ricche e quelle meno dotate. Ancora una volta alle istituzioni meridionali è mancata la capacità di evidenziare le contraddizioni, anche di livello politico e costituzionale, tra una pretesa, prevista dalla legge, di maggiore autonomia regionale e l’esigenza di garantire l’uniformità di servizi essenziali per tutti i cittadini italiani. Una contraddizione e un vulnus, che si colma con la buona politica, non con le barricate.

E tutto questo è ancora più vero in Calabria dove il “regionalismo differenziato” è ormai istituzionalizzato e praticato dai Governi e avallato supinamente dalla regione. Si pensi alla sanità, che è poi uno degli avamposti su cui si concentrano le mire di maggiore autonomia da parte di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. La Calabria è da un decennio “commissariata” e, oggi, al di là di come si evolverà la vicenda del “regionalismo rafforzato”, sembra essere destinata ad avere un “commissariamento rafforzato”. Come dire una sospensione  quasi definitiva della democrazia, che avrebbe fatto gridare allo scandalo amministratori regionali come Tonino Guarasci, Aldo Ferrara, Mario Casalinuovo, Anton Giulio Galati, Rosarino Chiriano, Tommaso Rossi, Franco Politano, Francesco e Sandro Principe, che non avrebbero esitato un attimo a rimettere il loro mandato difronte all’ipotesi di una revoca di sovranità da parte del Governo  sulle prerogative e su una materia in cui si devono garantire i diritti fondamentali dei cittadini. Avranno la dignità di rimettere il loro mandato presidenti della Giunta e del Consiglio regionale e gli altri consiglieri regionali di maggioranza e di opposizione, se dovesse concretizzarsi la preannunciata occupazione podestarile delle competenze regionali in materia sanitaria da parte del ministro Grillo e del premier Conte?

Ne dubitiamo fortemente, visti i precedenti paranoici e la scontata minaccia di ricorrere al consueto ricorso alla Consulta, che ormai non si nega a nessuno e che codifica, semmai definitivamente, l’assunto che, in Calabria la magistratura è chiamata sempre di più a coprire i vuoti e a svolgere un ruolo di supplenza alla politica che non c’è.