Salvini, Rami e l’arroganza

Salvini, Rami e l’arroganza

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Mi ha molto colpito il modo brusco con il quale Matteo Salvini ha risposto a Rami, il ragazzino africano che ha avuto un ruolo chiave nell’azione che ha salvato 50 suoi coetanei dall’azione di un pazzo autista di pullman scolastico. Rami aveva molto educatamente ringraziato il ministro, che gli offriva la cittadinanza italiana, e poi si era permesso di esprimere una sua idea: che la cittadinanza fosse estesa a tutti i bambini che nascono in Italia da genitori stranieri.

Naturalmente non è obbligatorio essere d’accordo sullo Ius Soli. Cioè su una ipotetica legge che garantisca il diritto di essere italiano a chi nasce in Italia; però esistono le buone maniere, e poi esiste una cosa ancora più importante: il principio secondo il quale ciascuno ha diritto di esporre le sue idee, con la forza della sua capacità di spiegare o eventualmente con la forza della sua autorità morale. L’autorità morale dipende da tante cose, dalla propria biografia o anche da un gesto. Norberto Bobbio, per esempio, era autorevole per la sua sapienza; l’autorevolezza piccola piccola e umile di Rami dipende invece dal comportamento che ha avuto di fronte al dirottamento, quando ha dimostrato di essere scaltro, intelligente e molto coraggioso.

Salvini gli ha risposto a muso duro, spiegandogli che se vuole avere il diritto di discutere con lui (con lui Salvini, dico) deve prima innalzarsi alla sua altezza. E dunque potrà parlare di Ius Soli solo se e quando diventerà deputato. Io mi auguro che Rami diventi davvero deputato, perché l'ho sentito parlare e mi fido di lui: le leggi però dicono che prima deve ottenere da Salvini la cittadinanza, poi deve compiere 18 anni, infine deve aspettare un turno elettorale per la Camera. Ci vorranno sette o otto anni, probabilmente. Intanto? Silenzio.

Naturalmente però la discussione non è sui tempi, è sui modi. La risposta di Salvini è una risposta arrogante. Decisamente e indiscutibilmente arrogante. Ancora più arrogante perché rivolta a un ragazzo che è poco più di un bambino. E ancora, ancora, ancora più arrogante perché rivolta a un ragazzo che aveva stupito l’Italia con la sua intraprendenza. Penso che chiunque convenga sul fatto che se un signore di 50 anni apostrofa brutalmente un ragazzino - il quale si è limitato a pronunciare educatamente una sua idea - crea scandalo. Solitamente viene bollato come bullo. Gran parte dei giornali italiani, per anni, hanno definito bullo Renzi, perché aveva maltrattato Letta o Landini o Sallusti. A me non piaceva quella aggressività di Renzi, però Renzi non si è mai sognato di maltrattare un ragazzo.

Perché Salvini se lo può permettere, tra l'altro senza sollevare nessuna indignazione nel mondo politico o nei giornali? Perché, addirittura, se lo può permettere in campagna elettorale? Qualche anno fa un leader politico che a 24 ore da un voto importante come quello in Basilicata fosse inciampato in una gaffe di questo genere, sarebbe stato travolto e avrebbe pagato un prezzo elettorale grandissimo.

Salvini non è stato travolto e ha ricevuto un grandissimo premio elettorale. Ha triplicato i voti di un anno fa. La spiegazione, credo, sta proprio nel cambio drastico che ha subìto il senso comune. Sebbene noi viviamo in un'epoca nella quale l’indice di violenza nella società ed in politica è inferiore cento volte a quello di un quarto di secolo fa, tuttavia viviamo in una società nella quale la violenza virtuale è passata dall’essere un disvalore all'essere un valore. Cos’è che un tempo determinava il successo di un uomo pubblico? La capacità di mediare, di convincere, di avere idee. Penso a Moro, a Berlinguer, ma anche a figure più aggressive, come quelle di Craxi, o Berlusconi, o D’Alema. Nessuno di loro usava la violenza virtuale come arma di battaglia politica, o addirittura come valore morale. “Valgo perché so aggredire”. Nessuno di loro, del resto, si sarebbe mai definito “il capitano”, anzi, credo che avrebbero trovato offensivo se qualcuno li avesse definiti così. Penso invece ad alcune frasi di Salvini che hanno avuto un gran successo, e vengono ripetute continuamente, anche sui social. Per esempio: «Se uno entra in casa mia non invitato deve uscire coi piedi davanti». Oppure: «Quello deve marcire in carcere». Oppure «Fuori di qui a calci nel culo». Oppure penso ad alcuni suoi atteggiamenti verso gli immigrati, alla rigidità delle sue posizioni. Fino a questa pretesa di “irraggiungibile”, di superiorità che gli è data dal fatto di essere vicepremier, e la richiesta, a chiunque voglia discutere, di passare prima dalle urne. Pensate se a Pasolini, o a Moravia o a Ugo Spirito avessero detto: “Se volete il diritto di parola sulla politica, prima fatevi eleggere”. O se i Francesi l’avessero detto a Sartre o a Camus. I tedeschi ad Habermas e gli americani ad Einstein.

Il problema che si pone, a mio parere, è doppio. Da una parte c’è la questione della selezione della classe politica. Che, mi pare, non viene più costruita e scelta sulla base della sua preparazione, ma solo del tasso di aggressività. Il secondo problema riguarda la società. Che sempre di più riceve dalla politica questo messaggio: ”Il migliore è quello che picchia più duro, quello che umilia l’avversario, quello che ha muscoli e capatosta”. Questo messaggio - a me pare così - non aiuta molto lo sviluppo della civiltà, né il livello culturale del paese.

*già apparso sul Dubbio del  marzo.