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La beffa del Consiglio dei ministri in Calabria

La beffa del Consiglio dei ministri in Calabria

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Da Catanzaro a Paola passando per Serra San Bruno e poi volando per altri lidi piccoli e grandi non si può dire che la Calabria stia dando belle prove di maturità dopo la più volte annunciata volontà del presidente del Consiglio Conte di tenere in Calabria una riunione del Consiglio dei Ministri. Pare ora debba svolgersi la prossima settimana, dopo la bozza di ieri sulla sanità.

Invece di puntare – come ha puntigliosamente fatto il presidente Oliverio nella lettera pubblicata alcuni giorni fa - al merito delle questioni si è, infatti, assistito ad una ridicola corsa alla richiesta che il Consiglio si tenga nei loro paesi o nelle loro città.

In questo turbinio insensato non c’è stata e non c’è differenza tra destra e sinistra, tra maggioranze e opposizioni, tra schieramenti diversi. Tutti uniti nel chiedere Catanzaro piuttosto che Paola, Serra al posto di Lamezia. E così via.

 Un provincialismo da fare ridere se non venisse da piangere, un municipalismo che si mostra a tutto tondo e che spiega – se ce ne fosse ancora bisogno – che questo male antico che tanti danni ha provocato alla Calabria nei decenni passati sia ben lungi dall’essere estirpato. È infatti incomprensibile come da una parte si annunci di svolgere in Calabria la seduta del Consiglio dei Ministri e nelle stesse ore si assumano scelte strategiche importanti e determinanti che, ad esempio, tagliano fuori il porto di Gioia Tauro, ovvero il più grande porto hub del Paese, tra i più importanti dell’Europa e del mondo per le merci, completamente ignorato nella recente visita dal leader cinese in Italia. E che su questo si taccia o si sorvoli.

Ci sono poi gli altri problemi, ad iniziare dalla sanità, ma  tutte le altre problematiche sono aperte: i sistemi infrastrutturali, il mancato avvio dell’Alta Velocità, lo sblocco degli investimenti per il sistema aeroportuale calabrese; la messa in sicurezza del territorio, il consolidamento sismico degli edifici scolastici; la costruzione e messa a regime di strumenti per lo sviluppo e l’innovazione delle imprese e per l’abbattimento del costo del lavoro, lo sblocco dei finanziamenti, pari a 90 milioni di euro già programmati, per i contratti di sviluppo; il superamento del lavoro precario sia in riferimento ai provvedimenti per la stabilizzazione dei lavoratori LSU-LPU sia per il lavoro in forestazione; la trasparenza amministrativa, il funzionamento delle autonomie locali, la lotta alla ‘ndrangheta, le politiche di integrazione sociale degli immigrati regolari.

Il cuore, cioè, delle questioni che giacciono inalterate per le inadempienze di questo Governo e di quelli che lo hanno preceduto ma che non possono passare in cavalleria, coperte da una nube di idiozie sulla pretesa e sul pennacchio di avere nel proprio orticello la grancassa mediatica dell’arrivo dei Ministri. Ci si assume così facendo una gravissima responsabilità, che è quella di coprire alla fine le inefficienze di chi governa, puntando invece al Santuario di Paola o alla Certosa di Serra come luogo di una comparsata che rischia di non lasciare nulla di concreto sul terreno.

La Calabria ha bisogno che si faccia tutti e per davvero un salto di qualità, culturale ancor prima che politico; che le sue classi dirigenti a tutti i livelli si levino l’abito sdrucito dei mendicanti in cerca di qualche elemosina e diventino protagonisti autorevoli e dignitosi, orgogliosi e fieri, del loro sviluppo, della loro crescita, del loro cambiamento. Soprattutto c’è bisogno che si marci uniti per cercare di ottenere risultati concreti e veri. E questo salto di qualità è un problema che taglia trasversalmente tutta la politica, da destra a sinistra, così come questa vicenda sta plasticamente mostrando.