L'ANALISI. Donne: legge elettorale e miseria della politica

L'ANALISI. Donne: legge elettorale e miseria della politica

sculco

Per favore non fatene una questione politica. Nella bocciatura da parte del Consiglio regionale calabrese della legge sulla doppia preferenza di genere (determinata dal Cdx che ha messo in minoranza il Csx), una spinta per attenuare le difficoltà poste alle donne per partecipare alla vita politica delle istituzioni, non c’è traccia alcuna né di cultura né di politica né d’ideologia.

Siamo soltanto di fronte ad una storia miserabile. Meglio: è il trionfo della miseria della politica. Vince il calcolo della serva (pardon, dei servi!). Unico obiettivo: aumentare la possibilità dei singoli consiglieri regionali uscenti (tutti maschi tranne la consigliere Flora Sculco, che ha proposto la legge) di essere rieletti bloccando l’elezione di qualche donna in più rispetto alla vergogna della scorsa legislatura, che ne aveva elette due soltanto (e una solo grazie ai giudici). Niente femmine in Consiglio uguale più posti per i maschi, a partire da maschi che già ci sono. Una, logica elementare, poverella. Sbagliato assegnarle patenti di cultura, sia pure regressiva.

Qualcosa del genere accadde già alla viglia delle elezioni precedenti. Allora il Cdx (stesso peccato stesso peccatore) confezionò una legge che toglieva al miglior candidato Presidente perdente il diritto di entrare in Consiglio regionale. In quel caso si trattava di recuperare un solo seggio azzoppando (ma solo per caso) la signora Wanda Ferro che, paradossalmente, era la candidata dello stesso schieramento che le aveva preparato la polpetta avvelenata. Ci fu un Consiglio in cui l’allora minoranza (cioè il Csx) abbandonò l’aula per protesta e dove il Cdx (il Consiglio di fatto si svolse a porte chiuse per non lasciare impronte) approvò una norma modificando gli orientamenti che erano stati decisi nella riunione di Commissione che aveva trattato il testo.

Questa volta la partita è più ambiziosa. Non un solo seggio ma un bel gruzzolo. Si moltiplicano le speranze di gran parte degli uscenti di rimetter piede tra i privilegi a cui dà diritto l’entrata nel Palazzo (sia pure un po’ ridotti dal presidente Irto).

Anche la volta scorsa ci si muoveva contro le donne. Tutti sapevano che il Cdx avrebbe perso e la signora Ferro, già presidente della Provincia di Catanzaro, fu coraggiosa ad accettare una candidatura che, dato il clima nel paese, era considerata perdente e che perdente fu. La Ferro dovette fare una serie di cause per vedersi riconosciuto dopo mesi e mesi il diritto di entrare in Consiglio, espellendo un maschio entrato abusivamente al suo posto.

La bocciatura delle ore scorse della proposta di legge della Sculco sulla doppia preferenza “colpisce” di nuovo le donne per fermarle il più possibile sulla scalinata.

Ma, ripeto, non è uno scontro politico ideologico culturale. Siamo alla miseria della furbizia. Dietro la bocciatura è perfino assente la lucidità reazionaria che ha sempre tentato di creare ostacoli a una presenza crescente e paritaria tra uomini e donne. Il voto attuale del Consiglio è peggio. E’ soltanto una questione di posti a sedere da dove i maschi spingono fuori le femmine.

Sia chiaro: al fondo la voglia di ostacolare le donne e, se possibile, di ricacciarle indietro rispetto ai diritti, è viva e vegeta ed è una componente ancora potente nelle società contemporanee. In Italia il fenomeno conosce oggi inquietanti segni di riproposizione e rilancio, lo dico indipendentemente da qualsiasi valutazione politica, di una concezione che farebbe pagare i costi del progresso ancora una volta alle donne.

C’è stato un tempo, sempre più lontano (anche, e direi soprattutto, per merito delle donne e delle lotte che hanno fatto nei decenni che abbiamo alle spalle) in cui la misoginia veniva almeno camuffata da una maschera ideologica dell’ideologismo imperiale. Così fu per esempio nel 1926 quando la riforma Gentile, imperava il fascismo, escluse le donne dall’insegnamento dell’italiano, del latino, del greco, della storia e della filosofia nei licei. Una scelta che in realtà si riduceva a chiedere alle donne di far figli per la patria forse già guardando alle guerre che avrebbero dovuto fare grande il regime.

Ma questo è un altro discorso.