L’ANALISI. Reggio, la Calabria e i sindacati 47 anni dopo

L’ANALISI. Reggio, la Calabria e i sindacati 47 anni dopo

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Ci sono voluti 47 anni da quando i treni per Reggio Calabria portarono nella città simbolo dell’assedio dei boia chi molla lavoratori da tutta Italia. Arrivarono per protestare contro la violenza fascista che insanguinava Reggio e l’Italia e chiedere lavoro e sviluppo per il Sud. Il 22 scorso i sindacati hanno finalmente fatto ritorno a casa, nella casa del sud maltrattato e umiliato. E hanno fatto capire con chiarezza al governo che la sfida del lavoro parte dal Sud.

Non si mobilitano per caso decine di migliaia di persone in un sabato di fine giugno, torrido come non mai. Un fiume di bandiere come ai vecchi tempi. Solo che stavolta non ci sono più le bombe fasciste e ‘ndranghetistiche, ma una drammatica questione meridionale. Ancora d’attualità. Anzi, trapuntata da risvolti sempre più drammatici. Oggi come allora, forse più di allora, al Sud c’è infatti fame di lavoro, crisi di speranze e di prospettive. Mancano i servizi, le infrastrutture. E resta la valigia in mano per giovani e meno giovani.

E la situazione potrebbe solo peggiorare con la secessione dei ricchi che i governatori del Nord pretendono e che Matteo Salvini sembra pronto a garantire. Anche a costo di una crisi, per ora finta per imprigionare i 5 Stelle sempre proni al diktat del loro alleato a palazzo Chigi.

Per questo i sindacati sono tornati uniti a Reggio con delegazioni da tutto il Paese. La parte del leone l’hanno ovviamente fatta proprio i lavoratori del Sud, della Calabria. Ma sfilare per le vie della città calabrese dello Stretto ci sono state anche delegazioni piemontesi e del nord est. Credo sia accaduto perché cresce, irresistibile e quasi istintiva, la consapevolezza che ormai nessuno si salva da solo. E’ così in tutto il mondo. E’ così in Europa. E’ così nel nostro paese drammaticamente infragilito dalla mai ricomposta frattura tra Nord e Sud. Del resto, i dati che gli istituti specializzati continuano a sfornare sono implacabili e univoci: l’Italia riparte solo se riparte il Sud, il Paese crescerà solo se il Sud risale il ristagno e produce ricchezza.

E a Reggio da Landini alla Furlan a Barbagallo, i leader di Cgil, Cisl e Uil lo hanno detto e ripetuto sottolineando al contempo, tutti e tre, che da Governo non è fin qui venuto un solo provvedimento pensato nella direzione della crescita del Mezzogiorno.

Ma c’è di più e di peggio e noi meridionali non possiamo restare in silenzio. All’assenza di provvedimenti per far ripartire il Sud si mescola l’attacco più insidioso che l’Italia ha ricevuto a partire dal 1860: lo Spacca-Italia. Ancora nelle ore precedenti il Governatore del Veneto, Zaia, ha teorizzato  e l’Autonomia differenziata come il piatto da servire per premiare chi è bravo (ha merito) a governare e c hi invece spreca i soldi a danno dei propri concittadini. Non dice Zaia che il paese che ci troviamo di fronte è stato costruito, coi soldi e le tasse di tutti gli italiani, in modo diverso. C’è una Calabria che deve perfino fare i conti con le difficoltà a raggiungerla e a partirci e c’è un paese trasformato con gigantesche masse di miliardi, dove l’alta velocità ha fatto ormai saltare perfino la materialità delle distanze. C’è un paese dove s’è investito e uno dove non lo si è fatto, con un accumulo straordinario si responsabilità politiche e sociali.

Senza il lavoro, quello che serve per fare del Mezzogiorno un paese moderno, senza creare possibilità per la produzione della ricchezza e l’utilizzo delle intelligenze e delle competenze di centinaia di migliaia di giovani del Sud capaci di rapportarsi all’Europa e al resto del mondo, l’Italia resterà al palo: ecco perché la questione meridionale torna ad essere la principale questione nazionale del paese.

La questione meridionale come questione nazionale, se è mai stata uno spot, oggi certamente non lo è. Si sono fatti molti raffronti tra la manifestazione di 47 anni fa e quella dei giorni scorsi. Ma a nessuno sfugge che il contesto dei due avvenimenti è drasticamente diverso. Allora il movimento sindacale usciva dall’Autunno caldo e da una crescita del potere operaio (a partire dai salari) che non diventò spinta meridionalista anche se segnò un vero e proprio balzo del potere democratico nell’intero paese. Oggi la forza dei sindacati e l’insieme della democrazia italiana, dalle Alpi a Pantelleria, se non riusciranno a diventare spinta per il superamento dell’arretratezza e della povertà del Sud spingeranno l’Italia, tutta l’Italia, verso un ridimensionamento economico, sociale e culturale del paese con effetti imprevedibili ma certamente regressivi.