L’ANALISI. L’Italia dopo il fallimento del populismo di Salvini e Di Maio

L’ANALISI. L’Italia dopo il fallimento del populismo di Salvini e Di Maio

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Il Governo pare fatto. Ma non c’è certezza che sia veramente così. Pare anche, se si farà, che durerà un bel pezzo. Ma anche su questo sono legittimi dubbi. L’unica cosa qui ed ora possibile, se si vuole essere presi sul serio, è mettere in fila alcuni punti fermi emersi dalla crisi dei quali, piaccia o no, non resta che prendere atto.

UNO. Il primo elemento rilevante è l’insostenibilità di un’alleanza tra un populismo di destra (Lega) e uno di sinistra (M5*) che pure hanno provato a governare con l’escamotage del “contratto”. L’alleanza tra populismi di diverso stampo è un inedito. Non ha retto in Italia, né esistono esempi altrove. In Italia il fallimento, altro punto fermo, non s’è realizzato per carenza di lealtà e/o eccesso di furbizia dei suoi protagonisti. L’alleanza non ha retto perché il cosiddetto populismo di sinistra, diversamente da quello di destra, ha una fragilità autodistruttiva. Il populismo è una politica che si realizza indebolendo, e via via abrogando, i principi liberali e democratici. Ma la sinistra emersa dal Novecento, dopo le drammatiche e talvolta tragiche repliche della storia, ha introiettato nel proprio corpo una complessa sintesi che ingloba diritti liberali e socialdemocratici. Con contraddizioni, ma in modo irreversibile. La sinistra ha molte varianti. Spesso sembra Arlecchino. Ma nessuna sinistra europea, ormai da decenni, e ancor più in Italia - comprese le sinistre estreme e radicali da oltre un secolo afflitte da mal di scissionismo sempre in nome della sopraggiunta catarsi rigeneratrice e della resurrezione - può immaginare di essere presa sul serio (pur restando minoritaria), se rinnega pratiche idee e diritti liberaldemocratici. Niente braghe al futuro: ma è questa la certezza del nostro presente storico.

Cos’è accaduto? Mentre si realizzava il programma fissato dai due populismi nel Contratto, il populismo di destra cresceva ingrossando Salvini e, per gli stessi identici motivi, il cd populismo di sinistra si dimezzava. Certo ci sono altre variabili: social, capacità di parlar alla pancia, strumenti, strutture, finanziamenti poco chiari e via elencando. Ed è soprattutto vero che questo processo s’è intrecciato alle emergenze sociali che affliggono e tengono ferocemente in ansia il paese. Così per le stesse cose uno andava avanti mentre l’altro indietreggiava. La presunta spinta populista di sinistra, dopo l’iniziale confusione del 2013 e del 2018 che hanno premiato i 5*, contaminandosi con la radicalizzazione populista di Salvini e l’attacco ai valori liberali e democratici, s’è spappolata: una parte, s’è ritratta nell’astensionismo; un’altra, ha ingrossato l’unico populismo possibile: quello della destra salviniana.

DUE. Il M5s e la Lega di Salvini (che non ha mai modificato il proprio statuto che impegna i militanti leghisti a fondare uno Stato autonomo, cioè spaccare a in due il paese) non riallacceranno i rapporti mai più. Potranno perfino essere d’accordo su questa o quella cosa. Ma strategicamente s’è aperta tra loro una voragine incolmabile. Non perché Salvini ha tradito o è stato furbo, né perché Di Maio è stato modesto fino all’imbarazzo. Ma perché l’unica alleanza tra Lega e 5* è possibile solo con l’assorbimento dei 5* nella Lega. Processo peraltro già avviato nei mesi in cui hanno governato insieme.

TRE. La crisi non essendo precipitata nelle elezioni (per fortuna del paese e nel rispetto della nostra costituzione parlamentare: si torna alle elezioni dopo 5 anni o quando il Parlamento non trova al proprio interno una maggioranza, tutto il resto è chiacchiera propagandistica) apre scenari inediti e complessi. Uno investe la destra moderata che dovrà scegliere se rifugiarsi in Salvini, prendendo il posto dei 5* perché di questo si tratta, o lavorare a un progetto potenzialmente maggioritario e nettamente separato dal populismo. Ma chi avrà maggiori sollecitazioni, inutile girarci intorno o nasconderlo, sarà il M5s. Infatti, o i 5* riusciranno ad avviare un processo di rifondazione bruciando le residue componenti populiste (e sarà difficile e doloroso), o verranno condannati alla marginalità perché fuori da qualsiasi quadro di possibili alleanze. Operazione che non sarà semplice. In questo quadro rischiano anche il Pd e l’intera tradizione della sinistra italiana. Il Governo coi 5* è una scommessa. Coraggiosa e perfino generosa (infatti anche a sinistra c’era chi avrebbe preferito il voto). Ma il paese ha bisogno rapidamente e con urgenza di risposte per riprendere a crescere alleviando il disagio sociale che sta sconvolgendo il paese, i suoi strati più deboli o esposti, a partire dai giovani che vanno via e, soprattutto, da quanti non nascono più. Difficilmente se il governo giallo e rosso nono dovesse funzionare sarebbe possibile scansare la bufera.