L’INTERVENTO. Solo il Sud può salvare l’Italia dal declino garantendo la crescita

L’INTERVENTO. Solo il Sud può salvare l’Italia dal declino garantendo la crescita

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Dopo 25 anni si interrompe la lunga egemonia territoriale del centro-nord sulla composizione dei governi e della classe dirigente del paese. Ben 11 ministri su 21 provengono ora dalle regioni meridionali. Dal primo governo Berlusconi poi (1994), e dall’entrata prepotente della Lega sulla scena politica italiana, ciò non si era mai verificato. Che valutazione dare, dunque, di questa inedita provenienza territoriale dei ministri? Si è trattato di una scelta consapevole, o piuttosto di un esito casuale non voluto e non cercato? Si è trattato di un segnale di radicale cambiamento dell’asse territoriale della politica italiana (preceduto dalla composizione geografica dei ministri) o di una banale somma del peso delle componenti interne dei tre partiti dell’attuale maggioranza?

Allo stato attuale niente ci autorizza a ritenere esaurita l’egemonia settentrionale sulla politica economica del nostro Paese, e al tempo stesso niente ci consente di affermare che il Sud è tornato (per questo semplice fatto) ad occupare un posto centrale nelle scelte strategiche del governo giallo-rosso.

D'altra parte la storia politica successiva alla fine della “prima repubblica” ci dice che l'assenza di peso del Sud nelle strategie economiche dell'Italia non ha riguardato solo i governi a presenza forzista e leghista, ma anche i governi del centrosinistra, alcuni dei quali hanno sì provato a dare maggiore peso a politiche meridionaliste ma non sono riusciti affatto a scalfire la tendenza di fondo: il motore dell'Italia politica ed economica successiva al 1992 è stato il Centro-Nord ed anche la classe dirigente del centro sinistra si è mossa di conseguenza. Se il centrodestra ha mostrato segni inequivocabili di ostilità per i problemi del Sud, il centrosinistra ha oscillato tra indifferenza e superficialità.

Ma al di là della sterile discussione sulla composizione territoriale del governo, forse è venuto il momento che il pensiero meridionalista si presenti più audace. E dica apertamente che il filone di pensiero economico e politico prevalente in questi ultimi anni, che ha ritenuto che la nazione potesse prosperare anche con un Mezzogiorno debole e marginale, ha conosciuto un clamoroso fallimento.

Partiamo da questi dati elementari. Non c'è oggi in Europa una nazione con così ampi divari territoriali come l'Italia, mentre analoghi divari che hanno caratterizzato lunghi periodi storici non sembrano più caratterizzare nazioni come la Spagna, la Germania, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, e anche nazioni dell'Est recentemente entrate nell'unione europea. Insomma, l'Italia è oggi il Paese dualistico per eccellenza in Europa. Al tempo stesso oggi non c'è nazione che cresca più lentamente dell'Italia e stenti a recuperare le performance del recente passato. Da almeno 20 anni l'Italia è un paese strutturalmente in declino, e ha rappresentato l'economia più in difficoltà dell'Europa dopo la Grecia (oggi in ripresa). Come mai le due considerazioni oggettive («Paese a più alti divari territoriali» ed «economia a maggiore difficoltà») le si continua a considerare in maniera separata? E se il declino dell'economia italiana fosse dovuto proprio al permanere di questi forti squilibri territoriali? Declino italiano e arretratezza del Sud sono dati sistemici, interdipendenti, non estranei l'uno all'altro.

L'immotivato convincimento che l'Italia potesse crescere senza il suo Meridione è stato smontato più volte, ma questi studi sono rimasti misconosciuti al grande pubblico e soprattutto non hanno trovato spazio nel sistema dei media. Economisti del calibro di Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis hanno dimostrato che se l'Italia scommettesse sullo sviluppo industriale del Sud, accompagnando alcune sue eccellenze produttive già presenti, nel giro di pochi anni diventerebbe economicamente più forte della Francia e della Germania. Con il Sud sviluppato ai livelli di alcune aree del Nord, il Bel Paese sarebbe il primo in Europa. In parole ancora più semplici: far crescere il Sud è un affare per l'Italia intera. E' questo livello di consapevolezza che il meridionalismo deve imporre al dibattito politico ed economico della nazione.

Per esempio come non ricordare che il patrimonio manifatturiero presente nel Sud d'Italia ha un valore superiore a quello di intere nazioni come la Finlandia e la Danimarca. E che, nonostante tutte le difficoltà dell'ultimo ventennio, nel Sud si concentra il 31% dell'export italiano nel settore aeronautico, il 18% di quello agroalimentare, il 17% di quello automobilistico, il 13% del farmaceutico. Nel campo agro-alimentare il numero di addetti (124.000) è superiore a quello di intere nazioni come il Belgio e la Svezia. Nel campo dell'abbigliamento il Sud ha più addetti del Regno Unito, della Germania e della Repubblica Ceca. Nel settore degli autoveicoli gli addetti meridionali (42.000) sono superiori a quelli del Belgio, dell'Austria e di una regione come la Sassonia. Nel settore aerospaziale (22.000 addetti) il Sud compete con l'importante distretto di Tolosa in Francia. Il Sud, insomma, non è esattamente un deserto industriale, ma una grande area manifatturiera dell'Europa. Il rilancio produttivo del Mezzogiorno non è, dunque, una partita del tutto persa.

Ed è evidente che ogni ritardo nel predisporre una strategia efficace per i territori meridionali si trasforma in un danno per l'economia dell'Italia intera e in un indebolimento del suo ruolo competitivo nel mondo.

Se in ognuno dei settori sopra citati il concorso del Sud aumentasse di qualche punto percentuale, i tassi di crescita dell'Italia raddoppierebbero. Capito? Raddoppierebbero!

Per tutti questi motivi è fondamentale avviare (o rafforzare) nel Sud un secondo motore della ripresa economica italiana; sarebbe questa una mossa strategica tra le più dense di prospettiva nelle mani dell'attuale governo.

La pressante domanda di questi anni cosa può fare L'Italia per il Sud, andrebbe cambiata in una più realistica constatazione: cosa potrebbe fare il Sud per arricchire l'Italia!

Ma c'è di più. Il meridionalismo deve liberarsi da ogni indulgenza verso le classi dirigenti meridionali. Il Sud deve prendere le distanze da chi attualmente governa gran parte delle sue regioni e delle sue città. Il sudismo (la difesa ad oltranza del Sud così com'è) non è compatibile con il meridionalismo. Se non ci sarà una radicale trasformazione della classe dirigente meridionale, se non si interrompono i canali clientelari, affaristici, privatistici e familistici che dominano in molte regioni e comuni, non ce la si fa a presentarsi credibili di fronte alla nazione e chiedere con autorevolezza l'apertura di una nuova fase. E' un problema oggi essenzialmente del Pd. Se alle prossime elezioni regionali ci si presentasse con una classe dirigente totalmente rinnovata e in un'estensione dell'alleanza di governo in periferia, si aprirebbero strade inedite per una nuova fase dello sviluppo della nazione con un sud radicalmente rinnovato nelle sue classi dirigenti.

*Saggista, già sottosegretario al Tesoro del governo Prodi, editorialista del Mattino.