L’INTERVENTO. Il suicidio del Pd

L’INTERVENTO. Il suicidio del Pd

Pd

Quello che manca al governo Conte così detto “di svolta” populista è un’idea di società e una innovativa politica economica. Le ultime elezioni in UMBRIA lo hanno drammaticamente evidenziato.

  1) La galera agli evasori ha stuzzicato il giustizialismo dei grillini, ma ne minaccia anche la tenuta in una parte consistente del proprio elettorato residuo (partita iva, lavoro autonomo, del commercio, micro-impresa a conduzione individuale) che respinge l’idea dell’idraulico con il bancomat nella cassetta degli attrezzi. Continua a imperversare quella distruttiva politica delle mance, della distribuzione di bonus (a detrimento del pubblico) che trasforma il governo in un Babbo Natale con pochi doni che, per avere il voto, dà contentini a tutti mentre il sistema affonda (niente rende in maniera più trasparente la condizione odierna che la metafora della invasiva spazzatura di Roma). Un governo che inneggia a Rousseau lo tradisce perseguendo la perversa volontà di tutti (piccoli bonus a iosa) contro la retta volontà generale (politiche selettive di lungo periodo).

  2) La malattia del micro-riferimento temporale dei governi impedisce di rispondere alla decrescita infelice che scandisce la seconda repubblica moribonda sin dal suo momento genetico. Nei 25 anni ricompresi tra il 1994 e il 2019, la crescita complessiva del paese è di soli 17,474 punti reali di Pil. La media della crescita registrata negli ultimi 25 anni è quindi di un misero 0,6 per cento. Il populismo è causato proprio da questa stagnazione ultradecennale e poi, con la sua condotta ingannevole, la conferma, la rende insuperabile condannando l’Italia a una perifericità che la strattona sino al declino. Il populismo non crolla per un soprassalto di spirito critico della società civile, che reagisce alla banalità del leaderismo ridicolo che domina nella rappresentazione mediatica, ma per l’autodistruzione catastrofica delle sue (anti) politiche. (Michele Prospero).

La sinistra avrebbe invece dovuto costruire una coalizione sociale alternativa all’imbroglio populista e invece ha accettato di condividere il percorso verso il nulla. Costringendo il Pd ad accodarsi al Conte bis, il rottamatore redivivo (Matteo Renzi) aveva visto giusto: l’alleanza di governo con il M5S significava l’induzione al suicidio del Pd e del ceto politico di Leu e la condizione minimale di una sua (di Renzi cioè) rinascita con un ghiotto potere di ricatto. E così mentre il Pd è agli ordini dell’ex-avvocato del popolo, che su imbeccata dell’ineffabile Casalino si fa riprendere dovunque come un grande direttore d’orchestra per rendersi simpatico, il capitano (Matteo Salvini) incombe acclamato dalla piazza. Il palazzo che con un’operazione di pura nostalgia ha enfatizzato tre settimane fa, oltre ogni logica, l’evento della Leopolda è ora assediato da una piazza che non si disperde a colpi di manovre e tatticismi.

  L’UMBRIA DOCET ED ORA INCOMBONO COME MACIGNI EMILIA E CALABRIA, che potrebbero significare, in attesa di Puglia e Campania, una sola cosa: l’Italia è già tutta nelle mani di Salvini. Svegliatevi a sinistra!