L'INTERVENTO. La giustizia sociale, asse strategico per sciogliere i nodi italiani

L'INTERVENTO. La giustizia sociale, asse strategico per sciogliere i nodi italiani

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Nell’improvviso e tardivo gran parlare di “disuguaglianza” da parte di cultura egemone e partiti, si sente l’ansia per questa rabbia e questo risentimento e per gli effetti che tutto ciò potrebbe avere per la crescita e la democrazia. Ma è assente il riferimento alla giustizia sociale.

Dice Anthony Atkinson: “Le disuguaglianze sono una scelta”. Sono il frutto della svolta a 180 gradi che cultura politica e politiche, di ogni parte, compiono a cavallo fra anni ’70 e ’80. Della subalternità culturale diffusa, anche della sinistra, alla forma mentis neoliberale. Certo che la globalizzazione e la tecnologia digitale hanno scosso il sistema. L’una ha ampliato in misura straordinaria l’offerta di lavoro. L’altra ha avviato una nuova stagione di sostituzione di capitale (materiale e immateriale) a lavoro e una trasformazione non ancora definibile delle relazioni umane. Ma anziché tentare di indirizzare questi processi, l’azione pubblica e collettiva si ritraggono. Il cumulo delle scelte compiute contro gli interessi di ceti deboli e subalterni fa impressione se è scorso d’un fiato.

L’indebolimento dei sindacati e la svolta nelle politiche impediscono di indirizzare il cambiamento tecnologico e producono uno straordinario processo di concentrazione della conoscenza, del potere e della ricchezza. All’uso incontrollato dei nostri dati, collettivi e personali, si accompagna quello dei dispositivi digitali e segnatamente degli algoritmi di apprendimento automatico. Si tratta di un mezzo capace di accrescere la giustizia sociale in tutti i campi della vita umana. Ma, in assenza di un suo governo collettivo o pubblico, la ripetibilità e scalabilità delle correlazioni che ne sono l’essenza, l’apparente oggettività delle decisioni che suggerisce, la sua natura di scatola nera si prestano all’uso opposto. E’ quanto avviene nelle selezioni o nel controllo discriminatori sul lavoro, nella fissazione di prezzi monopolistici sul mercato, nel ridisegno perverso dei prodotti assicurativi, nella disumanizzazione dei rapporti di cura, nella selezione oscura dei messaggi politici o di pubblicità rivolti a tutti noi.

A sostenere e spronare tutto questo, è un profondo cambiamento del “senso comune”. Lo cattura il significato nuovo di parole e concetti base dell’agire collettivo. Bastino alcuni esempi: ciò che è pubblico, è peggiore di ciò che è privato; il merito, è provato dal patrimonio accumulato; obiettivo unico dell’impresa, è massimizzare il valore corrente degli azionisti; povertà, è una colpa o una forma di furbizia sociale; libertà, è lasciare un ospedale, una scuola, un quartiere, una città quando non funziona. Si pensi solo a quanto quest’ultimo frutto dell’ideologia neoliberale sia lontano dal principio costituzionale, per cui libertà è la possibilità di impegnarsi affinché siano rimossi gli ostacoli al funzionamento di quelle comuni ricchezze. L’allontanamento dalla società si manifesta anche nell’atteggiamento di fronte a uno dei tratti nuovi e forti della società italiana, a cui non a caso oggi voi vi rivolgete con un metodo apprezzato: le organizzazioni di cittadinanza attiva, ossia le aggregazioni di persone che compiono “azioni collettive volte a mettere in opera diritti, prendersi cura di beni comuni o sostenere soggetti in condizioni di debolezza attraverso l’esercizio di poteri e responsabilità nelle politiche pubbliche”, come le definisce Giovanni Moro.

Se questa è la diagnosi, come sorprendersi della rabbia che percorre il paese? Rifiuto della diversità, aspirazione all’omogeneità all’interno di comunità chiuse (locali o nazionali); avversione o disprezzo per le élite politiche e gli “esperti”; domanda di autorità che sanzionino i “comportamenti devianti”. Se questa è la diagnosi, diventa anche chiaro in quale direzione andare, come costruire i tratti, a un tempo visionari e concreti, di quel progetto di società nuova che oggi manca.

   Bisogna rimettere al centro l’obiettivo della giustizia sociale, di cui è parte la giustizia ambientale. Bisogna convincersi e convincere che questo obiettivo è, a un tempo, giusto e fondamento per lo sviluppo. Bisogna declinarlo in obiettivi vicini alla vita e alle aspirazioni trascurate in questi anni, e farlo attraverso un processo profondamente partecipato. E bisogna poi perseguire questi obiettivi, intervenendo con un rovesciamento delle politiche e del senso comune che redistribuisca potere, dentro i processi di formazione della ricchezza, privata e comune, e dentro i grandi campi dell’istruzione, della cultura e del welfare.

Nasce qui la proposta di rafforzare la protezione collettiva dei giovani, di dare loro assieme un’opportunità e una responsabilità, di liberare la loro energia innovatrice. In due mosse. Prima mossa: trasferire a ogni ragazza o ragazzo, al compimento dei 18 anni, un’eredità pari a 15mila euro: un trasferimento universale, perché, per una volta, tutte e tutti siano sullo stesso piano, e per accrescere la libertà di ogni giovane dalle pressioni famigliari; non condizionato, perché mira a responsabilizzare e perché ogni condizione appare discutibile; accompagnata da un servizio abilitante, offerto attraverso la scuola e l’intera comunità sin dalla più giovane età, per riequilibrare le differenze di capacità nella futura decisione di impiego dell’eredità. Seconda mossa: finanziare questa “eredità universale” in larga misura con una riforma dell’imposta sulle eredità e le donazioni ricevute, che esenti due terzi delle persone oggi annualmente soggette all’imposta e renda significativa e progressiva l’imposta sugli altri, al livello di molti altri paesi industriali.

 Essere radicali. Ossia, spingere fino ai limiti possibili gli spazi (ampi) offerti dal capitalismo, agendo sia nel contesto nazionale e territoriale, sia sui paletti fissati dal contesto esterno. Che significa ricercare a livello internazionale l’alleanza con movimenti e leader radicali, non con ciò che resta della stagione neo-liberale. Perché è il solo modo di cambiare davvero. Perché solo così “ti sentono”. (Il testo è tratto nella minima parte dalla relazione di Fabrizio Barca all’Assemblea del Pd che si è svolta nei giorni scorsi a Bologna. E’ consultabile in maniera integrale sul sito del Forum Disuguaglianze).