L'ANALISI. Le Sardine diverse dai partiti (e il 6 saranno a Riace)

L'ANALISI. Le Sardine diverse dai partiti (e il 6 saranno a Riace)

coriace

Fra i tanti paradossi della vita politica italiana, quello che riguarda le Sardine è certamente uno dei più emblematici. Il nuovo anno è cominciato nel loro segno, così come del resto era finito il 2019. Torneranno, infatti, il 6 gennaio a Riace, città simbolo dell’umanità e dell’integrazione. Vogliono “inviare – hanno scritto - un messaggio chiaro contro la politica dell’insicurezza, della precarietà umana ed economica, dell’odio e dell’intolleranza verso il diverso”. L’annuncio dell’iniziativa hanno fatto sapere le Sardine – “è stato accolto con entusiasmo da referenti e organizzatori da tutto il Meridione. E’ confermata la presenza di delegazioni organizzate dalla Campania e la partecipazione di Sardine dalle altre regioni del Sud”. Insomma sarà – ha annunciato  Jasmine Cristallo “festa delle diversità".

Poi il 19 gennaio le Sardine torneranno in piazza a Bologna. Ma sembra già passato un secolo dalla loro prima manifestazione, solo un mese fa o poco più, sempre lì a Piazza Maggiore. Paradossi della politica italiana!

   Da un lato i (pochi) commentatori più avvertiti hanno nel frattempo opportunamente colto nel movimento un segnale inequivocabile della crisi delle forme, dei soggetti e dei metodi della rappresentanza politica. Dall’altra parte, quegli stessi commentatori fanno, però, seguire a questa constatazione la pressante richiesta di chiarire obbiettivi, strategia, alleanze e scelta di campo. Come pretendere, ha argutamente commentato il filosofo Umberto Curi, che un tacchino prepari il pranzo di Natale.

Il movimento delle Sardine non ambisce a farsi partito e la cosa è innegabile del resto, visto come sono ridotti a sinistra i partiti. Perché le Sardine sono diverse dai partiti. Le Sardine sono un movimento, con tutte le caratteristiche proprie di un movimento che, per definizione, è cosa diversa (e talora perfino opposta) rispetto ai partiti politici.

   Insistere affinché esse chiariscano la loro identità, si collochino nello scenario politico nazionale, dichiarino le finalità delle loro iniziative, equivale dunque a chiedere ad un movimento di rinnegare la propria natura per essere altro da sé. Vogliono disegnare un campo da gioco diverso da quello attuale, al limite della praticabilità, in cui si stanno divorando quasi tutto il sovranismo e il populismo.

  Quindi esprime solo domande ed è compito della politica fornire le risposte. Si dovrebbe anche aggiungere un ulteriore elemento, sul piano dell’analisi, finora non emerso nelle valutazioni che sono state proposte. Le Sardine sono diretta testimonianza della crisi del sistema della rappresentanza politica anche dal punto di vista dei linguaggi. I linguaggi abitualmente utilizzati dai soggetti politici tradizionali, compresi quelli della sinistra, sono rifiutati seccamente. No al linguaggio delle mobilitazioni prezzolate su treni o autobus, no al linguaggio delle bandiere, no al linguaggio degli slogan, no al linguaggio, delle sfilate, no al linguaggio – retorico, prevedibile, enfatico – dei discorsi dal palco.

   L’unico linguaggio coerentemente praticato dalle Sardine è la presenza fisica, preferibilmente quel tipo di presenza capace di rievocare il modo di essere e di muoversi dei banchi di pesce, coeso, silenzioso e disciplinato.

Ancora. Non è un movimento di moderati ma non estremista. L’immediato e sbalorditivo successo riportato da questa iniziativa, unitamente alle innovazioni “linguistiche” segnalate, sta a dimostrare un punto molto importante, anche se per lo più trascurato. Le Sardine non sono uno dei tanti movimenti succedutisi sullo scenario politico italiano degli ultimi trent’anni, nel senso che non sono affatto un’espressione prepolitica, in attesa di trasformarsi in qualcosa che assomigli ad un partito politico. Al contrario, esse identificano compiutamente uno spazio post-politico, la cui storia è ancora tutta da scrivere, proprio perché l’ecosistema in cui si muovono questi simpatici pesci si sta formando sulla decomposizione del sistema politico tradizionale “abitato” dai partiti, dalle loro liturgie e dai loro linguaggi.

   Il fatto che questa transizione avvenga sulle note di una canzone di fatto da tempo mal sopportata dalle tradizionali organizzazioni politiche della sinistra italiana, quale è “Bella ciao”, lascia trasparire la volontà di “ricominciare da capo”, ripartendo dal movimento di liberazione degli anni ‘40, per costruire uno spazio nuovo, abbandonando letteralmente come vuoto a perdere soggetti e riti della politica ormai definitivamente e irrimediabilmente consumati.