L’INTERVENTO. La scommessa del Pd

L’INTERVENTO. La scommessa del Pd

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L’ annuncio di Nicola Zingaretti di voler impegnare il Pd nella costruzione di un “partito nuovo” può essere soggetto a svolgimenti molto diversi. Vedremo a partire dall’Assemblea Nazionale del prossimo 22 febbraio dove si andrà a parare.

   È infatti senz’altro giusto lanciare un congresso costituente aperto, in grado di attrarre la partecipazione non solo dei militanti che si sono allontanati dal Pd negli ultimi anni, ma anche di energie nuove provenienti dall’associazionismo, dal mondo del lavoro, dalle amministrazioni locali. Il problema è però come costruire un processo reale di coinvolgimento e di partecipazione  funzionale alla costruzione di una nuova identità politico-culturale. Ad esempio, le piazze delle Sardine hanno dato voce alla reazione civile di un pezzo reale della società italiana e, nel contempo, hanno espresso il bisogno di una politica diversa a sinistra. Sarebbe miope non provare a capire questo fenomeno, ma davvero si può chiedere ai giovani che lo hanno innescato di offrire loro da soli una risposta culturale e programmatica compiuta alle domande che quelle piazze hanno espresso?

  In ogni caso non è più tempo di scorciatoie o di furbizie. E non basteranno stavolta neppure semplici operazioni di restyling organizzativo o comunicativo. Diversi, ad esempio, sia nel Pd sia fuori dal Pd, considerano dirimente il cambio del nome del principale soggetto del centrosinistra, affinché il suo congresso possa svolgere una funzione riaggregante. Ma un cambio del nome, per avere senso e non ridursi a una pura operazione di marketing, è più la conseguenza che la premessa di un processo politico reale.

  Il vero punto decisivo, quello in grado anche di imprimere una direzione chiara al governo e alla legislatura, è se nel corso del 2020 ci sarà un appuntamento democratico serio nei contenuti e capace di attrarre una parte significativa della sinistra oggi dispersa. E, soprattutto, se questo appuntamento scioglierà finalmente il nodo dell’identità politico-culturale di fondo: continuità su una linea di progressismo neo-liberale oppure svolta in chiave modernamente socialdemocratica ed eco socialista, come suggerisce il blog di sinistra Strisciarossa?

Il “partito nuovo” deve poi trovare il modo di far partecipare e “sentire a casa” le persone. C’è qui qualcosa che va al di là delle formule organizzative e del dibattito ormai stantio tra partito leggero o pesante. È qualcosa che ha a che fare con un sentimento di comunità, di appartenenza a una cultura e a una visione condivisa delle cose, di radici profonde da riscoprire e, naturalmente, anche di essere riconosciuti e di contare, di sentirsi parte di un movimento reale che si è contribuito a determinare. Non un partito senza iscritti e senza legami tra di loro, ma nemmeno un corpo chiuso e autoreferenziale, incapace di interrogare e coinvolgere saperi ed energie esterne o di costruire luoghi aperti in cui formarsi un’idea su tanti aspetti di una realtà sempre più mutevole e sfaccettata. Tra la svolta politica dell’agosto scorso e il voto emiliano-romagnolo si è aperta una finestra di opportunità per cambiare davvero e mettersi nelle condizioni di sfidare l’egemonia della destra.

Ma, dentro e fuori il Pd, per provare a farcela servono umiltà e coraggio, rinunciando a grandi e piccole rendite di posizione e ragionando con la lungimiranza richiesta da questa complicata epoca di transizione che stiamo vivendo. In Calabria il giovane ex segretario del Pd di Cosenza, Luigi Guglielmelli,  al momento ci sta provando con la sua assemblea e la proposta conseguente di Azione Riformista. Vedremo che esito avrà.