FEDERALISMO E CORONA VIRUS

FEDERALISMO E CORONA VIRUS

feder

Sono drammatiche le differenze tra i livelli essenziali di assistenza di Nord e Sud. Certificate dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, esasperate dal Covid-19. E tanto gravi da movimentare ogni anno circa un miliardo di euro di «turismo sanitario», soldi spesi dai cittadini del Sud per farsi curare al Nord. Dovremmo ragionarci su, da un domani spero imminente. Specie sul vero e proprio scandalo dei milioni regalati dalla Calabria alla Lombardia per i quattro nuovi ospedali che non sono stati mai costruiti.

  Il terreno è molto delicato, perché va a confliggere con l’anelito all’autonomia differenziata (in soldoni, dosi ancor maggiori di regionalismo anche in materie come sanità e istruzione) che saliva e sale proprio dalle Regioni poi più colpite dal virus: Lombardia, Veneto e in parte Emilia-Romagna. E non ci sarebbe nulla di più inappropriato, ora, di una disputa tra autonomisti e centralisti.

   Se una cosa il coronavirus ci ha, infatti, insegnato è che le piaghe del nostro tempo non si fermano alla frontiera. Non basta un posto di blocco sul Po per impedire alla febbre e al panico di passare dalla Lombardia all’Emilia-Romagna come forse è però bastato il Garigliano a proteggere la Campania. Siamo una sola famiglia, lo vogliamo o no. I malati lombardi sono accolti in Germania ma anche in Calabria, Sicilia e in Puglia.

   Il tempo nuovo potrebbe, però, richiedere un nuovo assetto della nostra Repubblica. Quello basato su venti Regioni, ottomila Comuni e centomila lacciuoli amministrativi ha il passo del secolo scorso, troppo lento quando occorre decidere. È un feroce stress test dei nostri sistemi questo virus. E non mette sotto pressione solo terapie intensive, relazioni lavorative e reti mediatiche; non sfida soltanto la resilienza delle nostre imprese e la nostra rea-zione all’isolamento. Sono gli equilibri istituzionali dell’Italia i primi a sentire la scossa.

  La crisi ha enfatizzato il già precario rapporto tra centro e periferia, soprattutto in materia di sanità ed emergenza nazionale. Provvedimenti contraddittori ed estemporanei si sono accumulati ogni giorno dalla Lombardia alla Sicilia. Come sta accadendo ancora in queste ore. Le tensioni tra il ministro Boccia e i governatori del Nord sono diventate ricorrenti. In momenti di pericolo per la nazione è sensibile lo scricchiolio generato dal moto centrifugo dei poteri locali. Il coordinamento rivendicato di recente dal governo per omogeneizzare le mille pandette del nostro regionalismo, pur concedendo alle Regioni il potere di provvedimenti «più duri ma a tempo», è un tentativo del premier Conte di frenare la caotica libera uscita del localismo provocata dal Covid-19. L’onda del virus ha in parte sommerso polemiche che presto esploderanno.

Circolano già proposte di riforma, come quella del costituzionalista Stefano Ceccanti, ispiratore di un progetto di legge costituzionale per introdurre nel Titolo V della nostra Carta una clausola di supremazia a favore dello Stato centrale, bilanciandola con la promozione a rango costituzionale della conferenza Stato-Regioni per evitarne una deriva troppo centralista.

L’ex governatore forzista della Campania Stefano Caldoro (da anni convinto giustamente che le Regioni, così come sono, siano «mostri impossibili da governare») sostiene invece che nell’articolo 117 comma 8 della Costituzione si trovi già «un elemento rivoluzionario da attivare»: le Regioni possono fare intese con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di «organi comuni». Il comma 8 permetterebbe cioè di «svuotarle dall’interno», creando «enti di area più larga» che tengano insieme la sanità (ma anche la portualità o i trasporti) di più Regioni. La fine, insomma, di un federalismo regionale che ha creato venti staterelli e venti piccoli capi di Stato, «ognuno dei quali pensa di essere il governatore del Texas», medita il prof. Francesco Clementi, secondo il quale l’escamotage di Caldoro è tuttavia inefficace, perché «non si tutela il diritto nazionale alla salute con un accordo tra gruppi di Regioni».

  Non importerà molto allora se, passato quest’incubo, daremo vita a un vero federalismo solidale, a un regionalismo sentimentale o a un centralismo localista: conterà ritrovare un bandolo di nazione.