L’INTERVENTO. Il pubblico e privato, Stato e mercati

L’INTERVENTO. Il pubblico e privato, Stato e mercati

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“Il passato resta dov’è. Ma il peso dello Stato finalmente  tornerà a crescere rispetto allo strapotere dei mercati” (Romano Prodi). Romano Prodi sul Venerdì di Repubblica del 1 Maggio ha riproposto il tema del ruolo dello Stato come motore di sviluppo dell’economia e regolatore dei conflitti sociali.

Nei giorni scorsi Fabiano Fabiani, un importante manager pubblico e privato nella cosiddetta prima repubblica, dall’alto dei suoi novantanni ha formulato un auspicio analogo: “il consiglio che mi sento di dare all' Italia in questo nuovo passaggio storico è questo: non avere paura del pubblico, non cedere alle ideologie liberiste”. E ancora. In una recente ricostruzione della figura di Gabriele Pescatore, uno dei giornalisti attualmente schierati sulla frontiera del Sud, Roberto Napoletano, ha ripreso una vecchia citazione del The Economist: la Cassa per il Mezzogiorno di Gabriele Pescatore «unì l’Italia più di Cavour cucendo lo Stivale di strade, argini, canali e acquedotti»; e tutto è stato fatto con una task force (così si direbbe oggi) di 300 ingegneri. Negli anni a seguire i dipendenti sarebbero diventati 10 mila.  

Negli anni della mia militanza giovanile avrei bollato questo terzetto (ma anche altri a partire da Enrico Mattei)  come “boiardi di Stato”. All’epoca, nella lettura del Secondo dopoguerra, la mia attenzione prevalente era rivolta ad altro: alle contraddizioni della società ed alla lotta di classe, alle battaglie per il lavoro ed i diritti, alle rivendicazione di libertà e democrazia. Da Portella delle Ginestre alla repressione scelbiana, dalla legge truffa del 1953, alla rivolta antifascista contro Tambroni, dalla rivoluzione studentesca del 1968 ai diritti delle donne fino alla primavera dei comuni italiani conquistati dalla sinistra negli anni Settanta. Erano queste, allora, le questioni al centro della mia generazione.

Lasciavo sempre in seconda fila la ricostruzione del Paese nel Dopoguerra, il ruolo di quella parte della Democrazia Cristiana di cultura popolare, il peso del riformismo laico, la capacità d’innovazione della cultura socialista e, ovviamente, la determinante spinta delle lotte del movimento operaio. Una fase accompagnata e sostenuta da un forte ruolo dello Stato e dalle sue aziende. Anche nel Mezzogiorno la storia della Cassa non è stata solo clientelismo ma un grande programma di modernizzazione del Mezzogiorno.

Questo, la fase di ricostruzione del paese successiva alla crisi dell’emergenza sanitaria ed economica, è il momento giusto per affrontare di petto la questione. Senza l’intervento dello Stato, anche nella sua veste di imprenditore/investitore, l’Italia e in particolare il Mezzogiorno non avranno futuro. L’illusione Regionalista, durata fin troppo, è svanita e così l’idea di uno sviluppo auto propulsivo dei territori.

Gli ostacoli e gli interessi ci sono e sono forti. Nel Mezzogiorno, sul terreno dello sviluppo occorre mettere un freno alle scorribande di imprese senza scrupoli che hanno drenato risorse per investimenti sbagliati o addirittura civetta. Ma soprattutto occorre pensare a grossi investimenti in grado di diventare il volano per una crescita più complessiva del territorio.

L’esperienza dello sviluppo industriale della Calabria negli anni Settanta è stato un fallimento: il V Centro siderurgico, la chimica e le biotecnologie a Saline, il tessile a Castrovillari e San Leo a Reggio Calabria, la Sir a Lamezia e così via. Ma la risposta al fallimento è stata l’abbandono del tentativo di creare la grande industria in Calabria.

C’è infine l’ostacolo della burocrazia, che è diventata elefantiaca, improduttiva e fonte di diffuse attività corruttive. Non è vero che la moltiplicazione dei controlli favorisce la trasparenza delle procedure. Ho sempre in mente il libro di Aldo Varano “La città dolente” quando il sindaco Agatino Licandro nel raccontare il sistema afferma: ogni controllo in più che veniva aggiunto bisognava trovare una tangente in più. La ricostruzione di uno Stato moderno, efficiente è diventata una questione dirimente per lo sviluppo del Paese.

L’intervento statale in chiave europea e la lotta alla burocrazia sono oggi due grandi questione per un paese moderno ed efficiente. E questo non è in contrasto con la difesa dei valori della democrazia