Il voto del 20 e 21 settembre, appunti per una discussione

Il voto del 20 e 21 settembre, appunti per una discussione
voto Una volta i commentatori politici per analizzare il voto partivano da quelli che avevano vinto le elezioni. Ora le cose sono cambiate. Chi vuol capire il quadro d'insieme che si determina e col quale bisogna fare i conti, deve iniziare a raccontare le vicende di chi ha perduto e perché, cioè di chi dopo il voto si trova in una situazione di maggiore debolezza rispetto a prima. E’ la conseguenza della progressiva destrutturazione del sistema politico italiano che va avanti da un trentennio almeno indebolendo fino a dissolverli i solidi punti d’appoggio costruiti dalle forze costituzionali della prima Repubblica. Il questa tornata elettorale chi ha perduto molto di più di tutti gli altri è stato sicuramente il M5s. Non ci si faccia ingannare dalla vittoria del sì al referendum e dal taglio dei parlamentari. A parte il fatto che quel sì ha molti padri – Salvini, la Meloni, Zingaretti - è innegabile che dalla presunta vittoria i 5s non potranno ricavare alcun vantaggio se non un po’ di propaganda destinata a rivoltarsi contro quando si capirà che il taglio, nel modo in cui è stato fatto e lasciando inalterata la barbarie del bicameralismo perfetto per cui Camera e Senato fanno la stessa cosa, produrrà solo complicazioni al paese. Il drastico indebolimento dei 5s viene dall’evidenza della sua progressiva, e ormai accelerata dissolvenza. I 5s stanno scomparendo e non sembrano avere le carte per capovolgere la partita. Nessun sindaco di grande città dopo l’iniziale stagione di Parma, Roma, Torino. Nessun presidente tra le oltre 20 Regioni d’Italia. Una presenza sempre più inutile, misera nella quantità, mai capace d’incidere perché fondata sul mito dell’autosufficienza. Certo, i 5s sono il più grande partito presente in Parlamento. Ma sanno, e gli italiani ormai sanno anche loro, che mai più riusciranno a ripetere l’exploit del 2018. O spariscono o decidono da far politica. La terza soluzione non c’è. Il secondo perdente è certamente Salvini. Il buon risultato della Lega coincide, paradossalmente, con il colpo ricevuto da Salvini. Rispetto a prima vede ancora più indebolita la sua leadership dentro la Lega che a sua volta si vede indebolita rispetto al resto della coalizione. Il Veneto di Zaia, la Lombardia (Fontana a parte) e i pezzi del Nord più profondo, verificano che senza Salvini erano riusciti a imporre i referendum per l’Autonomia differenziata, mentre con la svolta nazional-populista salviniana sono stati costretti a frenare. Il Cdx e le sue componenti strategiche iniziano a convincersi che il momento del capo leghista è ormai passato, che non sarà più lui a dettare strategie e scadenze future. La Meloni, fino qualche mese fa impegnata ad avere un po’ di peso in più nell’ambito della coalizione di cui fa parte, punta ormai in modo evidente a fare di FdI l’asse strategico dell’alleanza di Cdx, anche perché può iscriversi nell’elenco, peraltro molto ristretto, di chi le elezioni le ha vinte. Intanto Berlusconi, “incidente Campania a parte”, vede aprirsi nuovi spazi: recupera e rilancia l’idea che il Cdx senza la componente moderata ed europeista di cui è titolare non ha futuro. E Zingaretti? Complicato decidere se scriverlo nell’elenco dei vincenti, dei perdenti o di quelli per i quali bisogna aspettare per vedere come andrà a finire. Certo, Salvini lo ha aiutato parecchio. In fin dei conti la Toscana, La Puglia e la Campania sono “soltanto” regioni del Csx “soltanto” riconfermate. Ma l’impostazione ruvida e presuntuosa di Salvini ha fatto di tre riconferme tre impensabili miracoli politici (che nascondono la perdita delle Marche) e suggeriscono l’ipotesi che Zingaretti sia l’uomo del futuro. Ma le cose, anche in questo caso, sono più ingarbugliate. Sembra venir meno, nel Csx, quella che una volta si chiamava “capacità egemonica”. Nessuno in quell’area al momento sembra in grado di promuovere un reale processo politico unitario dell’alleanza. Pd e 5s sono insieme nel governo ma restano furiosamente contrapposti nello scontro politico quotidiano che ogni giorno si consuma nei Comuni, nelle Regioni e in altri mille posti dove nasce e si fa la politica. Marche docet. Alleanza governativa e contrapposizione nella società non possono reggere a lungo. Il voto non ha risolto il problema ma lo ha dispiegato sotto gli occhi di tutti. P.S. Questa nota non tratta il voto di Reggio Calabria. I dati diffusi nel pomeriggio del 21 settembre non sono proiezioni ma solo soltanto exit poll. Ma gli exit poll, in questa occasione ed è così da tempo, non ne hanno azzeccata una. In Toscana era testa a testa. La Puglia era già stata ficcata nel paniere del Cdx dagli exit poll e da Salvini. Sappiamo che Falcomatà e Minicuci sono entrambi tra il 35 e il 39. Insomma, in fotofinish. In realtà, quei dati assomigliano al riassunto dei sondaggi che si conoscono da settimane. Solo a partire dalle 9 del 22 settembre inizierà lo spoglio del voto di Reggio. Il quadro complessivo si avrà attorno a mezzogiorno. Meglio rimandare di qualche ora invece di rischiare di raccontare cose infondate.