L’INTERVENTO. La questione calabrese tra regionalismo e centralismo

L’INTERVENTO. La questione calabrese tra regionalismo e centralismo

regionalismo

Il più grande talk show delle televisioni italiane, pubbliche e private, è quello che in questi giorni ha al centro la Calabria. Che in alcuni momenti ha fatto più audience della Pandemia. Esattamente il contrario di quello che sperava di ottenere Jole Santelli con l’improvvido corto di Muccino “Calabria terra mia”, che, oggi più che mai, appare fuori dalla realtà e terribilmente falso e lontano dalle devastazioni mediatiche di queste ore. Ore in cui scorrono impietosi i volti e i peggiori comportamenti della classe politica e dirigente, il vile ripudio, la vendetta, il cinismo squallido, l’opportunismo, l’incompetenza, l’affarismo, la spregiudicatezza. Anche se bisogna avere il coraggio di dire che, purtroppo, la rappresentazione per immagini non è molto distante dai tristi accadimenti che da anni occupano le cronache politiche, sanitarie, giudiziarie riferite alla Calabria.

Il vero problema è che questo fiume di parole e di immagini, di fatti e di persone, tengono lontani anche gli osservatori più attenti e gli analisti più onesti da una riflessione seria e obbiettiva sulla “Questione calabrese”. Sulle sue origini, le cause prossime e remote, le sue peculiarità, i suoi possibili sbocchi, i suoi addentellati con le questioni nazionali.

Dal tono e dalla virulenza dell’approccio mediatico con la questione appare evidente che non c’è interesse ad una operazione verità sulle condizioni di questa regione. Perché da anni la Calabria a Roma è considerata una terra perduta, le cui braccia non servono più all’Italia dello smart working, la cui capacità di consumi è infinitesimale, capace di esportare buoni cervelli, ma anche tanta criminalità. Un gigantesco problema e un enorme fastidio per tutte le forze politiche di governo e di opposizione che, da anni hanno trovato comodo abbinare alla Calabria la parola ‘ndrangheta, che è diventata il plot di tutte le vicende che riguardano questo territorio. Ma soprattutto il “grande alibi”, come sostiene perfino Saviano, per l’abbandono, le dimenticanze, le omissioni e i soprusi di uno Stato non amico della Calabria. Che proprio nella vicenda della sanità ha le maggiori responsabilità, per aver per oltre dieci anni avocato la gestione diretta del sistema, con il fine legittimo di regolarizzare i conti disastrosi, ma con l’effetto di aver devastato la rete ospedaliera e territoriale e aver depauperato e distrutto un grande patrimonio professionale. Mentre non è affatto un alibi quello che riconduce alla scarsa qualità e, quindi, alle responsabilità della classe politica e dirigente calabrese, almeno degli ultimi vent’anni e sicuramente dal dopo Tangentopoli.

E una riprova di tale mediocrità si è avuta anche di recente, in occasione della meritoria iniziativa dei Sindaci calabresi, che hanno manifestato davanti a Palazzo Chigi per chiedere giustamente la fine del commissariamento della sanità e una delegazione è stata ricevuta dal Premier Conte e dal Ministro Speranza. E proprio davanti alle telecamere i rappresentanti delle maggiori città calabresi si sono persi in un delirio di affermazioni e di opinioni, che vanno dalla cancellazione del debito, all’abolizione del titolo V con il ritorno alla gestione statale della salute dei cittadini, alla riduzione dei tempi del commissariamento. Inutile dire che difronte a questo “gran varietà” ancora una volte l’astuto Prof. Conte ha avuto buon gioco nel mandare la palla in tribuna, prendere più tempo e rinviare ancora la spinosa scelta del Commissario.

Purtroppo la rappresentanza politica e istituzionale calabrese, anche in queste drammatiche ore, dimostra di essere un corpo estraneo rispetto all’evidenza e gravità dei problemi dei cittadini, allargando sempre di più la distanza tra le due Calabrie. Quella dei bisogni inappagati e quella degli interessi diffusi e protetti all’ombra del potere, che in questi anni hanno trovato nella Regione il crogiuolo più appetibile.

L’attualità della vicenda sanitaria calabrese ha riportato all’attenzione del mondo culturale più accorto non solo il disastro della regionalizzazione della sanità, ma l’utilità stessa delle Regioni “che potrebbero essere sostituite, come Ente intermedio, dalle ben più storicamente radicate Province”, come osserva opportunamente Battista Sangineto, in un acuto intervento su “Il Manifesto”, dal titolo significativo “Regioni astoriche”. In cui ricorda non solo l’origine storica delle regioni italiane a partire dalla prima intuizione di Agusto che nel 7 d.c. divise il territorio della Penisola in XI Regiones, fino all’ Assemblea Costituente del 1948 in cui si confrontava l’dea regionalista sturziana portata avanti dalla Democrazia Cristiana, “in funzione di garanzia rispetto ad una eventuale vittoria delle sinistre alle elezioni nazionali”. Mentre per i motivi opposti erano contrarie al regionalismo le sinistre, salvo a cambiare opinione dopo il 1948 quando “furono escluse dal governo del Paese trovandosi all’opposizione, esse si spostarono su posizioni regionaliste al fine di garantirsi spazi politici praticabili.” A partire dall’avvio del 1970.

Oggi, con 14 regioni su 21 governate dal centro destra e un governo M5S e PD, sembrano ritornate d’attualità mai sopite aspirazioni centralistiche.
E proprio le sconcertanti vicende calabresi e i suoi pessimi protagonisti possono diventare un grande alibi.