L'ANALISI. Pd, ma Enrico Letta ancora non sta sereno

L'ANALISI. Pd, ma Enrico Letta ancora non sta sereno

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Il Segretario del PD, forte della quasi unanimità con cui è stato eletto dall’Assemblea Nazionale e dopo aver costituito gli uffici di Segreteria e Direzione, con un mix molto sofisticato di rinnovamento, parità di genere e recupero di trombati, sta muovendo i primi passi con gran cipiglio e carattere, che i più non gli riconoscevano. Almeno fino a sette anni fa.

Dire che le prime mosse siano state geniali, forse è esagerato, ma sicuramente l’ex Primo Ministro e Direttore dell’Istituto di Studi Politici di Parigi ha voluto segnare una netta demarcazione di campo rispetto alle destre e alla Lega in particolare. Avere alzato la bandiera dello Jus Soli alla prima uscita e l’attacco frontale a Salvini all’indomani del Consiglio dei Ministri in cui, finalmente e in modo convulso, è stato approvato il Decreto Sostegni dimostra, senza mezzi termini, che Letta ha bisogno di un avversario dichiarato per esprimere la sua linea politica e che il suo PD, da questo punto di vista, non è diverso dal PD di Zingaretti.

Il neo Segretario con queste prime battute, dopo aver fatto il battesimo nel Circolo dem di Testaccio per legittimare la sua appartenenza, è come se volesse ricostruire l’identità perduta del PD tutta in chiave anti Salvini. Sulla scia di un percorso che ha contraddistinto la linea dell’alleanza PD-M5S del Governo Conte 2, gestita solo in funzione di impedire la vittoria del centrodestra a guida Salvini. Mentre il paese vive la più grave crisi sanitaria, economica e sociale dal dopoguerra, crescono le distanze tra Nord e Sud e mettono in discussione la sua tenuta unitaria.

Eppure con felice intuizione Letta aveva detto ai suoi che c’è bisogno di un nuovo Partito più che di un nuovo Segretario. E quindi dovrebbe impegnarsi a ridare ad iscritti e simpatizzanti un modo nuovo di pensare e costruire una visione di società che ne ricompatti il tessuto, guidi il paese ad uscire dal tunnel e guardi veramente al di là delle prossime scadenze elettorali. Da questo punto di vista l’impressione che suscita il nuovo PD di Letta, ad una settimana dalla sua elezione -quindi ancora presto- è quella di un Partito decisamente avulso dalla drammaticità dei problemi che attanagliano l’Italia e chiaramente distante anche dalla missione emergenziale dello stesso Governo Draghi e della maggioranza eccezionale che lo sostiene. Il PD di Letta è alla ricerca di se stesso e di un ruolo riconoscibile nello scenario politico nazionale. Un ruolo di matrice shakespeariana, che si alimenta di contrasti esistenziali più che di progetti, obiettivi e visioni. Mai come in questo momento il PD si identifica con la personalità complessa del suo Segretario, chiamato nel difficile compito di risolvere i suoi nodi esistenziali, nel dissidio inconscio di rivalse e nuove suggestioni. Un compito per nulla facile, che richiede una forte personalità, capace di dare spazio all‘ inventiva e al coraggio di chiudere definitivamente con il passato. Con tutto il bagaglio di liti, contrasti e divisioni e aprire la strada alla fondazione di un soggetto del tutto nuovo, moderno, europeo in senso libertario e non ripiegato sulle logiche della finanza e delle banche. Che si riappropri dei valori dei padri costituenti sui diritti fondamentali dell’uomo, il garantismo, l’equità sociale, il lavoro, la libertà di pensiero e di impresa, da declinare con il linguaggio e gli strumenti del terzo millennio.

L’esatto contrario dei vecchi palinsesti del partito di Zingaretti, che si avvertono ancora in Consiglio dei Ministri nei discorsi di Franceschini e di Orlando, ancor più che di Di Maio e che rischiano di compromettere la stessa azione del Premier Draghi. Paradossalmente è legato al PD il successo della missione eccezionale voluta dal Presidente Mattarella e dipende dalla capacità di questo Partito, o del nuovo Partito che riuscirà a costruire Letta, di liberarsi del fardello di neopopulismo e giustizialismo, residuo ideologico tardo novecento, per diventare il primo Partito  democratico di ispirazione liberale e sociale dell’era post Covid.

Sono, evidentemente, discorsi che sembrano lontani anni luce, specie se guardati nell’ottica della situazione calabrese. Ma anche meridionale, proprio nel 160 anniversario dell’Unità d’Italia e quando appare tutta da riscrivere la storia dell’annessione del Sud al disegno unitario della politica sabauda, al di là delle suggestioni neoborboniche, per come tenta di dimostrare il bel libro di Dino Messina “Italiani per forza”. Una storia che si arricchisce ogni giorno di particolari illuminanti e che dovrebbe aiutare ad un ripensamento  radicale delle politiche di sviluppo del paese, che potrebbero ispirare il progetto di cambiamento del partito di Letta, edificando un nuovo modello di Stato, ripensando ad un nuovo regionalismo dei diritti e dei bisogni, con nuovi confini e nuove funzioni. 

Ma anche chiudendo definitivamente con le esperienze naif alla Spirlì, che oggi tenta di recuperare coriandoli di celebrità, dipingendo di rosso i confini di una regione dolente e vilipesa.