L'ANALISI. Ma un Cdx senza Centro predominante non sarà maggioranza nel Paese

L'ANALISI. Ma un Cdx senza Centro predominante non sarà maggioranza nel Paese

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Quindi “il centrodestra si è sciolto come la neve al sole” (copyright, Salvini). Ovviamente non vuol dire che i voti di quell’area non ci sono più, che siano spariti, che gli elettori che in passato hanno dato forza e fiducia al Centrodestra si siano volatizzati. Se quei voti sono cresciuti o diminuiti ce lo diranno le prossime elezioni, che di solito smentiscono i sondaggi. Si può però dire con certezza che il modo in cui il Centrodestra è stato diretto dai suoi attuali esponenti è andato in tilt. Non ha retto. Quella di Salvini è una dichiarazione di crisi di quell’area e, insieme, un’onesta anche se arrabbiata autocritica.

Il Centrodestra a cui fa riferimento il capo leghista è quello affermatosi nelle ultime elezioni. Un Centrodestra anomalo rispetto alla tradizione italiana. Non più diretto come in passato dal Centro, ma trainato da Destra, anzi da due destre in competizione (Salvini e Meloni).

Nessun esponente del Centrodestra in passato, quando sul ponte di comando c’era Berlusconi, gestore di gran parte dei voti di Centro e dell’intera coalizione, avrebbe osato esprimere una valutazione tendenzialmente distruttiva come quella di Salvini. A quei tempi, quando Fini, erede della Destra italiana dura e pura, tentò di alzare la posta stringendo il Cavaliere all’angolo sfidandolo col famoso “Che fai? mi cacci?” andò proprio così: Fini fu estromesso, cioè cacciato, dal centrodestra. Fu chiaro a tutti che il Centro accettava la Destra alleata a condizione che fosse chiaro chi dirigeva la coalizione. Non solo per una questione di potere ma, prima di tutto, per non intimorire gli elettori moderati.

Allora il Centrodestra era tenuto insieme da un Centro, quello di Berlusconi, che aggregava la Lega Nord (che diceva di sognare la secessione) e pezzi della Destra anche estrema (l’eredità di Almirante riveduta e corretta, talvolta in modo significativo, affidata a Fini). Insomma, il Centrodestra della Seconda Repubblica era un Centro che organizzava attorno a sé e alla sua consistente forza pezzi di Destra e altri pezzetti di Centro.

Tra quel Centrodestra che ha governato il paese e il Centrodestra che Salvini dice si sia squagliato c’è una diversità profonda. Quello che s’è squagliato è un aggregato che ha ridotto e tolto peso politico all’area di Centro e ha visto crescere alla sua destra una dura competizione, tutta giocata a destra, tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, entrambi con una robusta componente “sovranista”, cioè nazionalista. Quello passato era un Centrodestra diretto dal Centro. Quello successivo alle elezioni del 2018 è stato un Centrodestra diretto da Destra. Del resto, nella storia della Repubblica il ruolo strategico del Centro è sempre stato una costante. Il centrosinistra più spostato a sinistra, imperniato sull’alleanza tra la Dc e il Pci del compromesso storico e dei governi delle astensioni di unità nazionale tra il ’76 e il ’78 del secolo scorso, fu gestito dal Centro garantito dal Dc Andreotti che il comunista Berlinguer dovette accettare.

Ma un centrodestra che ha la composizione attuale, cioè un Centrodestra guidato non dal Centro ma dalla sua (dalle sue) componenti di Destra, come s’è visto dopo le ultime elezioni, non è maggioranza e, soprattutto, ha difficoltà a dirigere e tenere unita la coalizione. Salvini dice ora che la coalizione s’è squagliata, ma a inizio legislatura fu lui a mollare il Centro berlusconiano e la destra della Meloni, per allearsi coi 5s e fare il ministro nel governo diretto dall’avvocato Conte.

La frantumazione e la crisi della politica italiana, messa a nudo durante la vicenda Quirinale, può avere dato l’impressione, a un Centrodestra a trazione leghista (Salvini), inseguito e talvolta superato dalla destra di Fdi (Meloni), di essere maggioranza nel paese e quindi di poter dare le carte. Da qui l’errore strategico delle destre (salviniana e meloniana) nella battaglia per la scelta dell’inquilino del Colle trasformata in un’occasione di crescita del proprio potere. Salvini e Meloni hanno entrambi creduto veramente che avere più voti e Grandi Elettori (ma non la maggioranza) del Centrosinistra (neanch’esso maggioranza) li autorizzasse a scegliere il Presidente della Repubblica. Il ritornello che hanno ripetuto con convinzione è illuminante: quando il centrosinistra aveva la maggioranza esprimeva il Presidente della Repubblica e ora che la maggioranza ce l’ha il centrodestra non ci può venire impedito di sceglierlo. In realtà, in questa legislatura la maggioranza non ce l’ha né il centrosinistra né il centrodestra (se non, e anche lì in modo problematico, nei sondaggi).

E’ sbagliato però immaginare che Salvini e Meloni abbiano tentato di imbrogliare: erano veramente convinti che la maggioranza relativa equivalesse alla maggioranza assoluta. Per questo, e convinti di chiudere la partita, hanno indicato, portandola al massacro, la Presidente del Senato (cioè la seconda più alta istituzione della Repubblica dopo il Presidente). Registrato il fallimento  sono arrivate le accuse di “tradimento” ma solo per nascondere che le destra avevano perduto perfino scegliendo una candidata di Centro. Sconfitti, hanno continuato ad avere una difficoltà ad accettare quel che è da anni sotto gli occhi di tutti: un candidato di Centro scelto dal Centro può vedere crescere i consensi mentre un candidato di Centro scelto dalla Destra li vede rinsecchirsi.

Quel che è accaduto attorno all’elezione del Presidente della Repubblica pone (ripropone) un problema antico: la Destra (e la Sinistra) possono governare il paese prescindendo dal Centro e/o comunque subordinandolo fino ad assegnargli un ruolo ancillare? Fino ad ora non è mai capitato.