“Sostenere le porzioni della popolazione che hanno più bisogno. In particolare sull’energia, dobbiamo muoverci dal sostegno generalizzato a quello mirato”.
“Invece di dare sussidi per i prezzi della benzina, che toccano chi guida una Panda o una Ferrari alla stessa maniera, bisogna fare in modo che raggiungano chi guida la Panda. Esistono tecnologie per i trasferimenti mirati”.
“Bisogna evitare spese che non hanno impatto sulle persone bisognose”.
“Politica fiscale molto prudente, e migliorare l’efficacia del sostegno ai ceti meno abbienti”.
A esprimere questi concetti non è un estremista di sinistra, ma Domenico Fanizza, direttore del Fondo monetario internazionale per l’Italia.
Ormai, anche un’istituzione come l’FMI – per ragioni economiche e non di giustizia sociale - si rende conto che non è sostenibile garantire tutto a tutti e che una simile atteggiamento aggrava le distanze tra i ceti sociali e, di conseguenza, danneggia l’economia nel suo complesso. Leggendolo, intervistato da Repubblica, mi è venuta in mente la miriade di sussidi, bonus, esenzioni, che in questi anni hanno caratterizzato la politica fiscale nel nostro Paese. Elargita a piene mani non da governi nei quali la Sinistra (sedicente, mi verrebbe da aggiungere) era assente, ma ai quali essa ha partecipato, condividendo decisioni che, lungi dal combattere le diseguaglianze sociali e territoriali, hanno contribuito ad allargarle. Ho ancora nelle orecchie le parole di Pietro Grasso che, candidato di punta di Sinistra italiana, propone di cancellare le tasse universitarie. Non a chi non se le può permettere e si vede negato, di fatto, il diritto all’istruzione, ma a tutti. Al figlio dell’indigente come a quello del benestante, senza distinzioni.
Quando esaminiamo il disastro dello schieramento progressista, non possiamo e non dobbiamo limitarci a considerare gli ultimi mesi, e neanche gli ultimi anni. La sconfitta viene da lontano. Da quando, cioè, la Sinistra ha rinunciato alla sua Missione, al suo core business, per usare una locuzione aziendale. Una Sinistra che non considera la lotta alle diseguaglianze e il sostegno alle fasce di popolazione e alle porzioni di territorio svantaggiati, come punto focale delle sue proposte politiche, è semplicemente una Sinistra che tradisce non solo i suoi potenziali elettori – che infatti si astengono o addirittura si rivolgono altrove – ma la sua stessa ragion d’essere.
Non ho mai avuto in simpatia i 5 Stelle, per i modi grossolani e semplicistici di affrontare le questioni, per il lessico greve e rozzo, per la spettacolarizzazione di ogni gesto e di ogni posizione. Tuttavia, per onestà intellettuale, non posso sottacere che l’unica misura di aiuto consistente alla parte debole della popolazione, il reddito di cittadinanza (coi suoi limiti e difetti), è stata il frutto di una battaglia condotta da questa forza politica.
Anche in questo caso, la Sinistra si è dimostrata e si dimostra titubante, timida, finendo per consegnare ad altri quello che avrebbe potuto e dovuto essere un suo cavallo di battaglia, col conseguente consenso a chi un giorno sta al governo con la Destra – sposandone i peggiori istinti razzisti- il giorno dopo con la Sinistra, fino a proporsi come paladina degli oppressi. Ha attraversato da una parte all’altra lo spettro politico italiano rinnovando i fasti del Trasformismo tanto in voga alle nostre latitudini. Se dalle questioni sociali ed economiche passiamo a quelle civili, sui diritti le cose non sono andate meglio, tutt’altro. La Sinistra ha ceduto sullo ius soli, sullo ius sanguinis, sull’immigrazione. Per non parlare della legge elettorale che consente a un manipolo di capi e capetti di controllare il Parlamento come l’orto di casa propria. Una resa incondizionata, una ritirata disonorevole, un percorso lineare e logico verso il baratro.
Al di là delle operazioni di facciata, come il cambio di nome e simbolo, il campo progressista va allargato riassumendo il ruolo che la Storia le ha dato. Allargato agli elettori legittimamente rifugiatisi nell’astensione, ai ragazzi e ai giovani che hanno scelto il disimpegno dalla politica elettorale per dedicarsi ai temi più stringenti con altri mezzi. Se oggi vediamo l’estremismo di destra, reazionario e retrivo, assiso sugli scranni presidenziali di entrambi i rami del Parlamento, e se domani assisteremo alla formazione di un governo i cui riferimenti sono Polonia e Ungheria, Vox in Spagna e i neo nazisti in Svezia. Se questo è accaduto, e se realmente non siamo in grado di prevedere non se ci sarà una nuova Marcia su Roma, ma se il nostro sistema manterrà i caratteri propri di una democrazia liberale, lo dobbiamo alla postura della Sinistra negli ultimi 15 anni, non al solo Letta o Zingaretti o Bersani o Speranza. La preoccupazione che ci attanaglia è fondata, e se la Sinistra non ritrova la strada che ha smarrito sono tinte fosche quelle che coloreranno il nostro futuro.