IL DIBATTITO. Gli intellettuali del Sud si stanno spostando dal Meridionalismo al Sudismo neoborbonico?

IL DIBATTITO. Gli intellettuali del Sud si stanno spostando dal Meridionalismo al Sudismo neoborbonico?

BnB      di ALDO VARANO - E’ un dibattito finalmente vero quello che si sta sviluppando sul Mezzogiorno partendo dal bel libro di Emanuele Felice “Perché il SUD è rimasto indietro”.

Galli della Loggia sul Corriere del Mezzogiorno e Adinolfi sul Mattino nei loro interventi, saltando a

piè pari le domande e le risposte nuove di Felice, si concentrano e polemizzano su un fenomeno culturale che pare in rapida ascesa: il passaggio dal meridionalismo al sudismo degli intellettuali del Sud trainato da un perverso fascino neoborbonico.

Dietro questa nuova frontiera c’è (ci sarebbe) il convincimento che l’arretratezza del Sud e i suoi guai siano in realtà figli dell’Unità d’Italia: responsabilità, dunque, di Cavour (?) e Garibaldi. Un’affermazione che recupera “l’innocenza del Sud” e colloca il diavolo dell’arretratezza nella colpa degli altri.

Della Loggia ritiene che questa impostazione assolva le responsabilità delle classi dirigenti meridionali e dei meridionali. Teme anche che gli intellettuali del Mezzogiorno, a partire dagli insegnanti, spostandosi dal meridionalismo al Sudismo stiano costruendo un blocco confusamente interclassista di tutto il Sud. Un blocco che si giudica innocente e incolpevole e fissa la contraddizione tra Nord e Sud come contrapposizione geografica (tutto il Sud contro tutto il Nord) anziché all’interno di interessi e contrasti sociali che attraversano il paese ed anche il Sud (ed è difficile dargli torto).

Per Adinolfi l’impostazione di Della Loggia potrebbe essere accettata solo se dietro vi fosse un’idea nazionale condivisa e accettata sullo sviluppo nazionale; se si affermasse una strategia di rilancio del Mezzogiorno come occasione di sviluppo dell’intero paese. Invece, osserva, tali temi sono scomparsi dalle agende dei governi e dei partiti da decenni (e sul punto è difficile contraddirlo).

C’è da dire che nessuno dei due osserva che la lotta contro il sudismo, se non fosse espressione di un malessere sociale la cui radice si trova in un punto diverso dalla sua teoria, sarebbe facilmente battibile.

Basterebbe prendere atto del divarioNord-Sud (15 punti al momento dell’unificazione) senza però dimenticare che oggi il divario (pur cresciuto) è col Nord Italia, cioè con uno dei più ricchi e dinamici territori della fascia alta dello sviluppo mondiale. Il Mezzogiorno è riuscito (nonostante tutto) a restare fondamentalmente agganciato per un secolo e mezzo (ora le cose stanno cambiando) a quel territorio. Il divario è con Milano, Torino e Genova. Non con l’Albania, la Romania, la Turchia o la Grecia. Paesi coi quali saremmo oggi costretti a competere se fosse durato il Regno,tra l’acqua salata e l’acqua Santa, delle Due Sicilie.

E’ quindi una scelta di rancore ideologico rispetto al nostro presente il vezzo di pensare l’arretratezza del Sud come conseguenza dell’Unità d’Italia. Tutti i dati, ovviamente quelli scientificamente elaborati e verificabili che indicano fonte e metodologia, dimostrano conclusioni diverse e opposte rispetto ai rigurgiti neoborbonici. In particolare, penso ai complessi ricalcoli del Pil e del reddito procapite che hanno spazzato antiche incertezze e ambiguità. Per non dire dei dati noti da sempre come il divario fisico (strade, ferrovie e infrastrutture risibili) ed umano (aspettativa di vita, condizioni igieniche, scuola). Oggi disponiamo finalmente di una massa enorme di conoscenze riformulate con attenti studi durati parecchi decenni e affidati ai maggiori storici dell’economia italiani con finanziamenti dalla Banca d’Italia, che li ha resi noti nel 2011 (ma erano già conosciuti dagli studiosi).

C’è invece un punto che accomuna i ragionamenti di Della Loggia e Adinolfi che crea perplessità. Nelle loro riflessioni, infatti, sparisce la nozione del “nemico interno” al Mezzogiorno che è invece strategico nell’impianto del saggio di Emanuele Felice per spiegare le ragioni che non ci hanno consentito di farcela. E’ un punto delicato che nega che l’arretratezza del Mezzogiorno abbia avuto uguali conseguenze su tutti gli strati sociali del Sud e tutti i meridionali. Nel mancato sviluppo e nella dinamica rallentata della crescita dovuta all’ostilità delle classi dirigenti verso ogni forma di modernizzazione ci hanno rimesso milioni di meridionali. Spesso, ci hanno rimesso la propria vita; sempre, la sua qualità perché costretti ad accontentarsi di un’esistenza di serie b e anche peggio. Ma ci sono stati anche strati sociali che con l’arretratezza si sono arricchiti e/o hanno guadagnato (e continuano a lucrare) e per questo ancor si contrappongono alla produttività, al rinnovamento, alla crescita, allo sviluppo civile limitandosi a subire, quando proprio non ne hanno potuto fare a meno, una “modernizzazione passiva” per ridurre al minimo la contrazione dei loro privilegi.

Ha ragione Adinolfi quando ricostruendo Gramsci ricorda che indicava come nemico contro cui battersi “la saldatura tra certi interessi (industriali) del Nord e certi interessi (agrari) del Sud”. Ma è anche vero che la storia si è incaricata di dimostrare che mentre il nemico industriale restava pur sempre dinamico e produttivo e perciò interessato alla crescita e alla maturazione civile della società; quello agrario faceva (ed ha fatto) carte false per imporre l’immobilismo sociale e l’arretratezza per blindare rendita e parassitismo.

Interessi e culture paralizzanti che sono stati poi trasmessi e inoculati al sistema delle istituzioni meridionali, vere e proprie resistenze alla modernizzazione. Così oggi ci troviamo con un regionalismo che da strumento per l’emancipazione dei propri territori è stato trasformato in una leva che ne ostacola lo sviluppo. E’ questo un punto di riflessione sempre più condiviso da chi si occupa di Mezzogiorno e capisce che non si può più sfuggire, se si vuole ribaltare la situazione, a un profondo ripensamento del regionalismo e del ruolo delle autonomie.