Direttore: Aldo Varano    

IL RICORDO. Demetrio Costantino, un comunista riformista a Reggio

IL RICORDO. Demetrio Costantino, un comunista riformista a Reggio

cstn      di ALDO VARANO -

Con Demetrio Costantino, Deddè per i suoi compagni, scompare uno degli ultimi comunisti di una generazione che a Reggio ha dedicato la propria vita con coerenza a quegli ideali, specie dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino. Un periodo storico di grandi trasformazioni nel Reggino e in Calabria a cui quegli uomini e quelle donne contribuirono non senza contraddizioni politiche e tormenti ideali.

Deddè, giovanissimo, diventò funzionario di partito (rivoluzionario di professione, si diceva con una frase che oggi farebbe ridere). I funzionari non erano, come spesso oggi accade, sbrigafaccende privi di alternativa lavorativa, ma sacerdoti laici (Beltrand Russell nel secolo scorso propose un geniale raffronto tra le strutture dei partiti comunisti e quelle della Chiesa cattolica sovrapponendole) che, come oggi i preti di strada, si occupavano del popolo e dei bisognosi organizzandone le lotte.

Il tasso di idealità e lo spirito di sacrificio erano molto alti. Una scuola di rigore, coerenza e disinteresse non più eguagliata nella storia italiana successiva. Anche la continua crescita culturale era un punto d’orgoglio. Discussioni e dibattiti di funzionari e dirigenti (i “compagni della produzione”, come venivano chiamati i dirigenti non funzionari, piuttosto rari) anche quando venivano da condizioni sociali molto modeste, si svolgevano ad un livello alto sempre raccordando l’attualità e l’urgenza dell’obiettivo all’orizzonte teorico di una società diversa.

Non era facile partecipare alle discussioni del Pci. Del resto anche negli altri partiti, dalla Dc al Psi, al Pri e anche nel Msi di Almirante, affollato dai nostalgici del fascismo, la discussione era sempre appassionante, le parole venivano scelte per capire meglio e non per vincere sull’altro.

Deddè era di una generazione precedente e diversa dalla mia ma avevamo una grande intesa grazie a due circostanze che ci facevano un po’ complici. Lui ed io fummo gli unici reggini che fecero parta della Direzione nazionale della Fgci. Nessuno degli altri ragazzi di Reggio, anche quelli che furono più autorevoli di noi come Tommaso Rossi, Ignazio Calverano, Mario Tornatora, Mimmo Suraci e molti altri, avevano avuto un riconoscimento così prestigioso. Almeno fino al 1968 quando le cose cambiarono, la Fgci cessò di essere una grande organizzazione dei giovani italiani e, dopo un convegno ad Ariccia, “si sciolse nel movimento” e ci fu spazio per chiunque. La Direzione nazionale di cui facemmo parte Demetrio ed io (lui con segretario Berlinguer; io, Petruccioli) era un organismo selezionato di meno di 30 persone scelte in tutta Italia, non quella di centinaia e centinaia del post Sessantotto.

E avevamo un’altra cosa in comune Deddè ed io: scoprimmo il riformismo molto ma molto prima di tanti altri. Tra i pochissimi a non farci mai suggestionare dal fascino di Ingrao. Eravamo della “destra”, “revisionisti” come di noi dicevano gli altri con intento vagamente offensivo, perché ci ritrovavamo nel filone che da Amendola sarebbe poi sfociato in quello che (sempre con intento denigratorio) venne chiamato il “migliorismo” nel quale non a caso si collocarono soprattutto i più importanti meridionali del Pci. Quelli come Pasquino Crupi, faccio un esempio ricordando un mio carissimo e compianto amico con cui ho continuato a discutere con passione fino ai suoi ultimi giorni e che al Mezzogiorno ha dedicato un’esistenza di studi), non ci sopportavano.

Deddè mi aveva dato una spinta importante verso quelle posizioni. Aveva studiato molto bene (non a scuola che non aveva fatto in tempo a frequentare) il primo mezzo secolo del Novecento ed era attentissimo a tutto ciò che si muoveva nel mondo (certo, con una forte piegatura marxista) ed era stato lui a spiegarmi, assieme a Saverio Monteleone, che non si sarebbe presentata più una crisi come quella del Ventinove. Quindi, era stata la sua lezione, i comunisti non avrebbero dovuto aspettare l’ora fatale della Rivoluzione sociale ma sporcarsi le mani riformando la società concreta dove le sofferenze degli ultimi erano altissime e inaccettabili, e la democrazia era il terreno migliore per cambiare le cose. Il contrario di una parte della sinistra ferma allo schematismo del tanto peggio tanto meglio perché il tanto peggio avrebbe spinto le masse alla ribellione e alla rottura rivoluzionaria. Per questo aveva scelto l’impegno nell’Alleanza dei contadini che era un’organizzazione in perenne e talvolta durissima polemica con la Federbracciati (diretta da Mommo Tripodi che di Ingrao e poi di Cossutta è stato grande amico).

Certo, poi le cose andarono in un altro modo e Demetrio Costantino assieme tantissimi altri fece tesoro delle dure repliche della storia che li aveva sconfitti spazzando impietosamente una parte grande delle illusioni e delle idealità sue, mie, di tantissimi altri.

Ma di Costantino non dimenticherò mai la “sapienza” che l’aveva reso famoso nel partito. Nelle discussioni l’imperativo era “essere responsabili, usare argomenti responsabili”. In realtà, era un invito all’autocensura, a usare solo argomenti che non avrebbero potuto creare rotture, contrapposizioni: il Partito non poteva essere indebolito dalle divisioni. Da qui meccanismi di doppiezza, di opportunismo, di ipocrisia culturale. Ma Demetrio non rinunciò mai a dire le sue opinioni fino in fondo (e quasi sempre in polemica e in solitudine perché di “destra”) solo che lo faceva con accorgimenti retorici che solo apparentemente ne smorzavano la nettezza.

E’ questa “sapienza”, io credo, che ha consentito a Deddè di restare sulla breccia e di essere sempre in contatto col suo presente storico, di diventare un dirigente importante della città praticamente fino all’ultimo giorno della sua vita che è riuscito a vivere così come l’aveva scelta. Aveva una capacità straordinaria di approfondimento dei problemi e delle situazioni e soprattutto una lucidità non comune, quasi un’ansia, nel collegare le sue opinioni ai progetti per tentarne la loro concreta realizzazione. E’ stato un politico di razza Demetrio, che forse la città e la sinistra reggina non hanno utilizzato come avrebbero dovuto.

Era un uomo con questo passato quello che decine e decine di dichiarazioni autorevoli di tutti gli orientamenti in queste ore stanno rimpiangendo.

Grazie Deddè, che la terra ti sia lieve.