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CALABRIA. In marcia verso il Regno delle Due Sicilie. Ma il Sud è silente

CALABRIA. In marcia verso il Regno delle Due Sicilie. Ma il Sud è silente

clbrd      di DEMETRIO NACCARI CARLIZZI -

Per molti anni abbiamo ascoltato accorate prediche sull'importanza del decentramento e sulla necessità assoluta di riorganizzare i pubblici poteri su base federale. Il legislatore nazionale ha prodotto le leggi Bassanini e il federalismo amministrativo, la riforma del titolo V della Costituzione del 2001, un imponente processo riduzione dei trasferimenti statali che ha generato un boom della fiscalità locale, la legge delega sul federalismo fiscale corredata da 9 decreti delegati.

Il problema dell'Italia sembrava essere assolutamente il centralismo soffocante che non permetteva ai territori di esprimere la propria diversità e di auto governarsi. Come contro altare la clausola costituzionale dei LEP, livelli essenziali delle prestazioni, da garantirsi su tutto il territorio nazionale, avrebbe assicurato se non il principio di eguaglianza almeno la necessaria sostenibilità delle diseguaglianze e la confrontabilità delle prestazioni tra le varie aree del Paese.

Purtroppo, per ragioni diverse, nulla è accaduto di quanto era stato annunciato. La pressione fiscale totale è aumentata perché al vertiginoso aumento di quella locale non è corrisposta la riduzione di quella nazionale, i LEP sono sempre di più indeterminati ed enigmatici, il decentramento non ha responsabilizzato i centri di spesa, il riassetto delle funzioni tra i vari livelli di governo non ha funzionato né è stato tentato veramente.

Il Paese in buona sostanza è ancora in crisi di identità e la crescita economica un desiderio. Non che realmente in molti avessero creduto al federalismo all'italiana, sia per come era nato che per come era stato condotto. Quantomeno si sperava in un epilogo meno tragicomico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito come per magia all'avvio di un processo inverso. Come in una visione orwelliana, sono diventate le Regioni e la riforma del titolo V ad avere generato da sole tutti i problemi del Paese. Come se fossimo vissuti tutti per un secolo nel Paese delle meraviglie dove debito pubblico, corruzione e bassa crescita non fossero al contrario quasi il prodotto di punta del modello centrale nazionale.

Allora subito, eliminazione delle Province, nuova riforma del titolo V della Costituzione per ridimensionare le Regioni e ancora tagli per i livelli territoriali. Questi ultimi sono l'unico elemento strategico stranamente rinvenibile nelle opposte teorie degli ultimi 20 anni.

A ben guardare la fonte di ispirazione di tale andamento ondivago non ci è aliena. La cultura di ispirazione è tipicamente greca. Quella del capro espiatorio.

Il passo successivo è già scritto. Uno degli ultimi atti del ministro delle Regioni, prima di diventare assessore regionale per un giorno, è stato quello di nominare una qualificatissima commissione di costituzionalisti e geografi (un solo economista su tredici componenti) per ridelimitare le Regioni italiane. Si intravede la nuova linea. In sostanza corriamo a lunghe falcate verso le "macroregioni". Il sud è ancora una volta fortunato, probabilmente torneremo al Regno delle Due Sicilie!

In attesa dell'annuncio della nuova riforma risolutiva e della cattura di tutti i nuovi capri espiatori (per ora dobbiamo accontentarci soltanto dei consiglieri regionali auto affondati e diventati nell’accezione comune sinonimo di malaffare) rimangono a mio parere tre problemi di particolare rilevanza.

Il primo è di coerenza ed è collegato alla sostanza neo centralista che sembra intravedersi nel nuovo trend istituzionale. In sostanza se le funzioni e i poteri tornano ad accentrarsi il livello di governo reale decida di assumersi la responsabilità delle gestioni e di tenersi anche i debiti che specie in sanità, in conseguenza di fattori strutturali come la diversità di dotazioni infrastrutturali e di fattori umani e la debolezza delle attività di controllo, vengono e verranno prodotti. È' a tutti noto il peso fiscale dei piani di rientro sui bilanci delle regioni e sulle attività produttive.

Il secondo, che comincia ad essere sollevato dagli osservatori più avvertiti, chi finanzia gli investimenti? Non le Regioni che saranno depotenziate, non i Comuni che sono blanditi e armonizzati cioè affamati, e chi, quindi, atteso che gli enti locali non possono operare politiche di deficit spending?

Il terzo, che preoccupa perché è latitante da troppo tempo. Dove sono i partiti e la politica meridionale di fronte a tutto ciò?

Nutro la speranza che un gruppo di persone impegnate in politica che esiste in Calabria e combatte quotidianamente ad armi impari possa confrontarsi con Renzi e il suo governo su queste ed altre questioni perché non mi rassegno ad una politica meridionale senza rappresentanza e soprattutto senza un'idea da rappresentare.

L'abbandono del territorio urbano causato da politiche accentratrici che disconoscono le dinamiche reali, la forbice del dualismo Nord-Sud che si sta ampliando nei servizi sanitari e di protezione sociale, l'aumento sconcertante della distanza nelle dotazioni infrastrutturali tra le diverse aree del Paese, l’arretramento dei diritti sociali e gli squilibri intergenerazionali sono evidenze sociali cui dare una risposta.

Il Federalismo fiscale doveva servire negli obiettivi, sussurrati ma non dichiarati, dei decisori nazionali a fotografare le diversità. Il rischio con un Mezzogiorno inerme e senza metodo è che la futura riforma delle macroregioni possa diventare il modo per dividere definitivamente le diversità nel mentre purtroppo il Mezzogiorno è una metafora dell’Italia intera che si è per così dire "meridionalizzata".

È' sul disegno di nuove politiche pubbliche per rispondere a questi problemi che si valuta la qualità della politica, e cioè l'idoneità di una decisione a produrre effetti. Allo stato il Mezzogiorno è silente.