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Se l'antimafia è più attenta all'estetica che all'etica

Se l'antimafia è più attenta all'estetica che all'etica

prfss     di FILIPPO VELTRI -

Stanno succedendo negli ultimi tempi cose assai brutte – al netto della presunzione d’innocenza per tutti - sul fronte dell’ antimafia. Paladini della legalita’ arrestati o ridicolizzati in Sicilia, un fronte che via via si spappola sotto l’onda d’urto di inchieste della magistratura (e dei grandi giornali italiani e stranieri, per ultimo Le Monde con un ampio reportage del suo corrispondente in Italia, Philippe Ridet), che stanno portando alla luce come dietro l’apparenza delle cose si cela spesso un altro mondo, fatto di intrighi e di connivenze con l’illegalita’ proprio da parte di chi ha costruito una carriera sulle parole antimafiose.

In Calabria, in verita’, c’eravamo gia’ passati nei mesi e negli anni scorsi su questo oggettivo disvelamento della verita’, sempre sotto l’onda d’urto di clamorosi arresti e di inchieste della magistratura e, una volta tanto, l’analisi che qui dalle nostre parti taluni (pochi in verita’) stanno tentando di portare avanti su una certa antimafia dei potenti ammaestrata, ridanciana e festaiola, e’ vecchia, in realta’’, di alcuni anni. Al punto che sono apparse alle nostre orecchie come di un gia’ udito o gia’ visto le pur sensate e taglienti parole che nei giorni scorsi ha scritto su ‘Repubblica’ un giornalista assai attento alle cose di mafia come Attilio Bolzoni, dopo quello che e’ avvenuto a Palermo con l’arresto del Presidente della Camera di Commercio.

Ha scritto Bolzoni: ‘’più attenta all`estetica che all`etica, l`Antimafia sta attraversando la sua epoca più oscurantista. Proclami, icone, pennacchi, commemorazioni solenni e tanti, tanti soldi. C`è un`Antimafia finta che fa solo affari e poi c`è anche un`Antimafia ammaestrata.Ne è passato di tempo dalle uccisioni di Falcone e Borsellino e il movimento, che era nato subito dopo l`omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e che aveva trovato nuova forza dopo le stragi del 1992, sopravvive fra liturgie, litanie e un fiume di denaro.Tutto ciò che conquista lo status di antimafia «certificata» si trasforma in milioni o in decine di milioni di euro, in finanziamenti considerevoli a federazioni antiracket, in contributi per «vivere la neve» (naturalmente con legalità), in uno spargimento di risorse economiche senza precedenti e nel più assoluto arbitrio’’.

Ed ancora: ‘’ e’ un`Antimafia sottomessa. Soggetta all`altrui benevolenza e alla concessione di un generoso Pon (Programma operativo nazionale Sicurezza e Sviluppo, ministero dell`Interno) o di somme altrettanto munificamente elargite dalla Pubblica Istruzione, la sua conservazione o la sua estinzione è decisa sempre in altro luogo. Così il futuro di un circolo intitolato a un poliziotto ucciso o a un bambino vittima del crimine, di uno "sportello" anti-usura, di un "Osservatorio" sui Casalesi o sui Corleonesi, di un Museo della `Ndrangheta, è sempre appeso a un filo e a un "canale” che porta a Roma. Addomesticata, l`Antimafia è diventata docile e malleabile.È un`inclinazione che naturalmente non coinvolge tutte le associazioni (anche se, in più di un`occasione, lo stesso don Ciotti ha strigliato i suoi per una certa inadeguatezza di conoscenza e un conformismo che si è diffuso dentro Libera), ma gran parte dell`Antimafia sociale ormai è in perenne posa, immobile, come in un fermo immagine a santificare "eroi” e a preoccuparsi di non restare mai con le tasche vuote’’.

La conclusione e’ che ‘’ forse è arrivato il momento di una riflessione su cos`è l`Antimafia e dove sta andando’’.

Queste parole potrebbero, anzi possono, benissimo descrivere lo stato dell’arte anche dalle nostre amate sponde calabre: da anni – spesso in maniera assolutamente solitaria – stiamo infatti scrivendo e dicendo che questo tipo di antimafia (non tutta per fortuna e generalizzare, come suggerisce don Ciotti, non e’ mai buono) e’ come la mafia; che serve solo per fare affari e carriere; che girano troppi soldi su questo capitolo; che eroi ed eroine passati, presenti e futuri hanno distrutto l’immagine di chi davvero si batte per la legalita’ in silenzio, senza fanfare o squilli di trombe e, soprattutto, senza contributi pubblici. E’ ora che anche in Calabria si apra quella riflessione di cui parla Bolzoni. Altri silenzi sarebbero a questo punto non segno di distrazione ma di complicita’. La ‘ndrangheta allora sentitamente ringrazierebbe.