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Ma se non cresce l'Italia il Sud si blocca

Ma se non cresce l'Italia il Sud si blocca

la frattura   di VITTORIO DANIELE* - Come accade annualmente, anche l’ultimo Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, i cui dati sono stati pubblicati nei giorni scorsi, ha suscitato un ampio dibattito con posizioni contrapposte. Mentre, da un lato, si chiedono interventi immediati da parte del governo per affrontare l’emergenza meridionale, dall’altro lato si evidenzia come i fondi destinati al Sud vengano, da decenni sprecati o, in parte, non spesi, come accade per quelli europei. In entrambi i punti di vista non mancano sfumature ideologiche, ma anche elementi di verità.

Al Sud (come al Nord) esistono sprechi e inefficienze, ma è anche vero che le regioni meridionali subiscono - anche per mancanza di un’adeguata rappresentanza - gli effetti di politiche spesso Nord-centriche. Si pensi, per esempio, alla ripartizione della spesa pubblica per investimenti che, da anni, avvantaggia le regioni settentrionali. Nonostante abbiano fondatezza, entrambe le posizioni trascurano, però, alcuni aspetti delle dinamiche economiche meridionali su cui, invece, vale la pena soffermarsi.

Il primo aspetto riguarda lo stretto legame economico che intercorre tra Nord e Sud. Essendo interdipendenti, le due aree tendono a crescere (e ad arretrare) insieme. La crescita economica meridionale dipende cioè, in larga misura, da quella del Paese che, a sua volta – e oggi più che in passato -, è legata a quella europea (basti pensare all’importanza che le politiche monetarie della Bce hanno, attualmente, per la nostra economia). Dunque, se l’Italia, nel suo complesso, non cresce è assai improbabile che i divari regionali si riducano. L’implicazione che ne consegue è immediata. La crescita del Mezzogiorno e la riduzione dei divari regionali non dipendono tanto da politiche specifiche o locali (pur importanti in molti settori), quanto dalle politiche economiche nazionali dirette ad accrescere la competitività complessiva del sistema Paese.

Il secondo aspetto, ovvio ma su cui vale la pena soffermarsi, è che l’Italia è un’economia duale. Per livelli di sviluppo, il Nord è molto simile alle aree più avanzate della Germania o della Francia; il Sud, invece, più vicino a quelle periferiche dell’Europa dell’Est: alla Croazia, alla Polonia, alla Slovacchia. Pur simili per livelli di sviluppo, il Mezzogiorno e i Paesi dell’Est hanno, però, notevoli differenze riguardanti la pressione fiscale, il costo del lavoro, i sistemi normativi e burocratici. Nelle regioni dell’Est Europa, vantaggiose aliquote fiscali, e minori vincoli normativi e burocratici all’attività d’impresa, sono fortemente incentivanti per gli investimenti stranieri. Quelle regioni sono, poi, geograficamente prossime ai grandi mercati europei. Il Mezzogiorno, invece, sconta le inefficienze che caratterizzano l’economia italiana, cui si aggiungono le diseconomie e i disincentivi del contesto socioeconomico locale. La sua centralità geografica nel Mediterraneo rimane, poi, una potenzialità non sfruttata.

In sintesi, il Mezzogiorno compete in uno scenario, quello europeo, con forti asimmetrie, aggravate dal fatto che alcuni Paesi non hanno ancora adottato l’euro e non sono, dunque, soggetti ai vincoli che derivano dall’adozione della moneta unica. Ci si può, dunque, chiedere: per quali ragioni un investitore dovrebbe preferire il Mezzogiorno ad altre aree – anche in ritardo di sviluppo - d’Europa? Qual è il vantaggio competitivo del Sud? I dati sugli investimenti esteri e sulla crescita economica delle regioni europee danno un’immediata, facilmente immaginabile, risposta a queste domande.

Il Mezzogiorno è una regione periferica e scarsamente competitiva dell’Unione europea. Riforme e politiche di sistema – come quelle riguardanti la tassazione, la semplificazione normativa, la rimozione di inutili lacci e lacciuoli burocratici - più che misure “tampone” dettate dall’emergenza, aiuterebbero il meridione (e l’intero Paese) a recuperare competitività e a dare slancio agli investimenti. Le risorse pubbliche, se utilizzate efficacemente (e al Sud ciò non sempre è scontato), possono creare condizioni di contesto favorevoli. Ma ciò non basta. Perché si abbia crescita economica sono necessari investimenti privati, e questi sono determinati da fattori economici, di “mercato”, da cui ne dipende la redditività. Nuovi pacchetti di spesa, misure straordinarie o proroghe per i fondi europei, possono essere utili per affrontare le emergenze, possono dare un ritorno politico immediato e rafforzare il consenso, ma, alla luce dell’esperienza, assai difficilmente serviranno a imprimere un’accelerazione alla crescita meridionale.

*Università Magna Graecia di Catanzaro