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Sud e Calabria problema politico? Giusto, bisogna scatenare un inferno

Sud e Calabria problema politico? Giusto, bisogna scatenare un inferno

sctnr   di ALBERTO CISTERNA* -

Michele Emiliano è stato (ed è nel cuore) un grande magistrato. Siamo  dello stesso concorso, abbiamo iniziato insieme, io a Cittanova lui ad Agrigento. Ci siamo persi di vista e ci siamo ritrovati in tempi difficili, per me ovviamente. Mi abbracciò e stringendomi al petto, mi sussurrò in un orecchio «uagliò se s’hanno da’ mazzate chiama». Poi lo strepitoso successo del 2015 e l’elezione a governatore. Lo seguo sempre con attenzione (e affetto). E’ un uomo intelligente e sincero, coraggioso sino alla spavalderia. Di fronte al rapporto Svimez sul declino del Sud ha detto che i meridionali debbono «scatenare l’inferno». Il Gladiatore e la sua frase più celebre. Il Sud ed il momento peggiore della sua storia moderna. In mezzo l’idea che la politica degli accordi e dei compromessi non salverà la gente del mezzogiorno, né la sua Puglia che, tra le regioni del Sud, è quella messa meglio. Figuriamoci che si dovrebbe dire in Calabria.

  Ernesto Galli della Loggia, uno dei più autorevoli politologi italiani, sulla prima pagina del Corriere della sera ha, praticamente, fatto a pezzi il discorso di Renzi sul mezzogiorno; ne ha additato i limiti culturali e, soprattutto, la mancanza di una visione strategica. In forme diverse anche lui invita a «scatenare l’inferno» nella convinzione che nessuno a Roma abbia in verità la minima idea di come tirar fuori 5 regioni e 17.614.092 abitanti (il 29,1 % della popolazione italiana) dalle secche del degrado. E’ chiaro che l’«inferno» di cui sia Emiliano che Galli della Loggia discutono è quello delle idee, della capacità di ribaltare le prospettive e le letture della condizione meridionale: la fine del piagnisteo, insomma, per adoperare l’efficace semplificazione del premier. Facile a dirsi.  

Il Sud per campare, non per crescere si badi bene, ma per sopravvivere ha bisogno di una quantità enorme di risorse nazionali. Se a queste aggiungiamo i milioni di abitanti del mezzogiorno che, nel corso dei decenni, si sono trasferiti nel Centro-nord e lì vivono, ne esce chiara la sensazione che queste regioni non sono state e non sono tuttora in grado di sfamare le proprie popolazioni in modo endemico, ossia strutturale. Insomma altro che la Grecia, in termini assoluti una condizione da paese subsahariano. Dal 2001 al 2014 hanno lasciato il Sud in modo definitivo 744.000 persone di cui 524.000 giovani e, tra questi, 205.000 laureati, nel medesimo periodo ci sono stati 476.612 sbarchi di clandestini. Questa è di certo un’emergenza e quella come la chiamiamo?

E’ evidente che la prospettiva di una crescita economica che superi questo gap si spalma nell’arco dei decenni e, in pratica, è irrealizzabile. Lo Svimez lo ha detto chiaro parlando del rischio di un «sottosviluppo permanente»: negli anni 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%, mettendoci dentro anche la Fiat di Melfi. Sottosviluppo permanente equivale a paese sottosviluppato, per intendersi.   

Ora in queste condizioni non è facile uscire dal piagnisteo e farsi carico di «scatenare l’inferno». Quali idee la società meridionale, quella calabrese, dovrebbe proporre alla politica nazionale per ricevere consenso e legittimazione ad operare? Tentiamo: la prima potrebbe essere una drastica rottamazione della dirigenza amministrativa locale. Per carità tutta brava gente, ma è chiaro che non ci si può sedere ai tavoli dei ministeri o delle aziende pubbliche (Anas, Ferrovie ect.) con gente da perderci la faccia.

E’ una vecchia storiella nella capitale quella dei dirigenti e dei politici calabresi che arrivano alle riunioni senza proposte, senza aver studiato i dossier, senza competenze, tutti li esclusivamente per inscenare il piagnisteo e beccarsi la missione. In questo Renzi ha maledettamente ragione: chi regge le sorti del paese ha bisogno di idee nuove, di proposte serie che tengano conto di dove sta andando il mondo, di come vincere la concorrenza. Per farlo bisogna pescare nelle centinaia di giovani calabresi che, nemmeno trentenni, sono il fiore all’occhiello di prestigiose università, di studi professionali, di società internazionali e convincerli (pagandoli lautamente) ad occupare le seggiole scaldate dai purtroppo non pochi impiegati, muratori, barellieri arrivati di concorso in concorso ai vertici della dirigenza locale.  

Irto e Falcomatà fanno insieme, all’incirca, l’età di qualcuno di costoro: la sola anagrafe gli è favorevole ed è un buon auspicio. «Scatenino l’inferno» e facciano della rivoluzione generazionale la loro battaglia in regione ed al comune. Idee nuove per battere il declino.

*magistrato