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SUD luoghi comuni e sviluppo. Ecco perché i Fondi europei non bastano

SUD luoghi comuni e sviluppo. Ecco perché i Fondi europei non bastano

 fondi-europei   di ISAIA SALES -

Nei mesi scorsi Renzi ha parlato di Sud con accenti del tutto nuovi e insoliti per le abitudini della politica italiana. Le esternazioni al riguardo si sono concentrate su tre punti, ripresi più volte nei vari interventi tenuti in convegni, relazioni e interviste dall'inizio del 2015:

1) «II lungo silenzio e l'indifferenza della politica nazionale verso i problemi dei territori meridionali sono il prodotto di una fascinazione per la questione settentrionale che ha dominato per venti anni la scena politica, economica e culturale della nazione, coinvolgendo pienamente la stessa sinistra».

2) «La ripresa economica è in atto, essa pero non riguarda per ora il Sud. Ma se l'economia del Sud non riparte, a soffrirne sarà l'intero Paese»; anzi (usando parole ancora più forti) «non è il Sud ad avere bisogno dell'Italia, è l'Italia ad avere bisogno del Sud».

3) «Non mancano i soldi al Mezzogiorno, manca la politica». Tradotto: manca la strategia.

Che dire? Una sintesi perfetta del rapporto tra Sud e politica nazionale.

Poi, alla prima occasione per trasformare in atti legislativi queste importanti affermazioni (o almeno una di esse) tutto è sfumato o è stato rimandato. Cos'è successo durante i momenti convulsi della predisposizione della legge di stabilità per capovolgere orientamenti che sembravano essere veri e propri convincimenti strategici?

L'idea che mi sono fatto è questa: è prevalsa alla fine una linea tradizionale per affrontare i problemi del Sud. Siamo passati in poche settimane da un'ipotesi di strategia per il Sud ad una scommessa azzardata sull'effetto di trascinamento della ripresa nel Centro-Nord e sulle virtù taumaturgiche dei fondi comunitari. È del tutto evidente che Renzi e i suoi alla fine hanno affidato all'abbassamento delle tasse il ruolo di lepre della ripresa economica, immaginando che i risparmi ottenuti ogni famiglia si traducano in altrettanti consumi. In fondo questa strategia economica non è altro che il proseguimento della politica inaugurata con gli 80 euro al mese in busta paga, ma questa volta con misure più robuste e ampie, e soprattutto con risorse pubbliche non trascurabili.

E’ indubbiamente una strategia «espansiva», diversa dal rigore improduttivo del decennio che abbiamo alle spalle. E come tutte le strategie imposte dai leader politici degli ultimi anni, essa risente della necessità di offrire risultati e consensi a breve.

Cosa si può ribattere a questa strategia? In primo luogo, che la ripresa dei consumi attraverso i risparmi sulle tasse può dare sicuramente risultati in tempi brevi ma a costi alti e senza incidere sui dati strutturali che hanno frenato a lungo l'economia italiana. In secondo luogo, che essa taglia fuori i territori che hanno bisogno di tempi medi per affrontare le questioni strutturali che hanno davanti, cioè quelli meridionali.

Immaginiamo per un attimo cosa sarebbe l'economia italiana se tutti i suoi territori fossero omogeneamente sviluppati o almeno non così distanti (poniamo una differenza solo del 20%). Se ciò si verificasse, l'Italia competerebbe con la Germania per la guida economica dell'Europa. Se, infatti, nelle attuali condizioni di profonda differenza territoriale siamo tra le prime otto economie al mondo, arriveremmo sicuramente tra le primissime operando una drastica riduzione dei divari. È un ragionamento elementare, eppure non è nelle corde della classe dirigente del Paese.

Venticinque anni fa la Germania si riunificava (3 ottobre 1990). In quel periodo l'economia tedesca non era la prima in Europa, e aveva conosciuto proprio alla fine degli anni ottanta notevoli difficoltà di espansione. Dal momento dell'unificazione è cominciata la rincorsa per divenire la locomotiva dell’Europa e una potenza mondiale. In Italia non si vuole ammettere che il successo dell'economia tedesca è stata offerta dalla possibilità di utilizzare un bacino illimitato di crescita produttiva e dei consumi rappresentata dalla sua parte «arretrata», cioè la ex Ddr, approfittando anche dall'apertura al mercato dei Paesi confinanti ex comunisti.

Perché la nostra classe dirigente non riesce ad avere uno sguardo più lungo? Ecco, dunque, il primo luogo comune da sfatare: quello che si fa al Sud non è spreco ma ricchezza per la nazione.

Il secondo luogo comune riguarda i fondi comunitari. Su di essi si sono accumulate tali falsità e imprecisioni che diventa sempre più difficile sbrogliare la matassa. In sintesi, la vulgata sostiene che ci sono tante risorse a disposizione del Sud (e dunque, perché rivendicarne altre?) e per la maggior parte esse vengono sprecate.

E allora diciamo le cose come stanno effettivamente: i fondi comunitari sono un grande equivoco nel dibattito sul Sud.

Nessuna realtà economica può uscire fuori dalla propria arretratezza solo con i fondi comunitari. Chi lo pensa è fuori da ogni ragionevole teoria dello sviluppo. In Italia i fondi comunitari sono entrati in vigore proprio nella stagione successiva all'intervento straordinario; inizialmente coprirono il vuoto che in quel periodo caratterizzò le politiche pubbliche verso le aree meridionali. È un mistero della politica italiana il fatto che essi da «riempitori di vuoto» siano diventati unica strategia per il Sud. Ogni Paese europeo che ha fatto un buon uso dei fondi europei li ha inseriti in una strategia nazionale di crescita, di cui essi erano solo una parte. Solo in Italia essi da «parte» diventano il «tutto»; solo in Italia essi vengono spesi senza inserirli in una strategia nazionale di sviluppo. Ed è possibile che le sorti del nostro Sud debbono deciderlo dieci funzionari di Bruxelles? È possibile che il ministro italiano per il Mezzogiorno sia il capo del dipartimento dello sviluppo regionale di Bruxelles? Ma quale paese orgoglioso della sua autonomia permetterebbe una cosa del genere?

Se poi guardiamo ai tempi di utilizzazione, l'errore è consistito proprio nell'aver concentrato lì le grandi opere infrastrutturali, che in Italia si realizzano in tempi largamente superiori ai 7 anni di ogni programmazione europea. E poiché al Sud le infrastrutture si realizzano solo con i fondi comunitari, si ha contemporaneamente il danno di utilizzare i fondi «speciali» per opere che altrove lo Stato paga con risorse ordinarie e la beffa di dipingere il tutto come spreco. Se analizziamo i programmi al netto delle tante infrastrutture previste, i tempi di realizzazione sono pari (e in alcuni settori più veloci) al Sud rispetto alle più accreditate regioni del Centro-Nord. Ma tant'è. Sarebbe auspicabile che almeno, in attesa di strategie più serie per il Sud, la politica non continuasse a diffondere questi luoghi comuni. O è chiedere troppo?