Direttore: Aldo Varano    

La Calabria, lo Stretto e l’equivoco Reggino

La Calabria, lo Stretto e l’equivoco Reggino

larea   di ALDO VARANO -

Ma i Reggini, le classi dirigenti e il ceto politico della città, si sentono e lavorano per essere, e per essere percepiti, come calabresi (con vantaggi e vincoli) o sono parcheggiati in punta allo Stivale provvisoriamente e in attesa di una migliore e altra collocazione territoriale, politica e istituzionale?

La domanda sembra provocatoria. Invece è soltanto complicata. Né è stato sempre facile rispondere. Si tratta di un nodo antico (molto più di quanto si crede) della storia di Reggio connesso alla sua identità, ai suoi travagli (ultimo episodio clamoroso, i Moti del ’70). Ma il nodo ora diventato quello del futuro possibile della città e del suo sostenibile progetto strategico. Guai a sottovalutare la questione.

Ecco perché serve una discussione chiara, irrispettosa, irriverente. Si decide per molti dei prossimi decenni, della vita e delle speranze di molte generazioni.

E la domanda non è eludibile: Reggio punta a essere protagonista in Calabria, dov’è la più ampia aggregazione urbana, o immagina un futuro economico e produttivo centrato sulla cosiddetta Area dello Stretto?

Perché a parole si può unificare conurbare incollare espandere restringere (e chi più ne ha ne metta) tutto, specie in un paese dove la retorica e il vuoto sono una cifra decisiva. Ma quando poi si tratta di assumere decisioni che incideranno sulla quotidianità della vita di tutti gli altri, le cose cambiano.

Dalla città di Reggio sono passate folte schiere, anzi vere e proprie armate di intellettuali, studiosi e professori universitari che attorno all’Area dello Stretto hanno compilato studi, progetti, proiezioni e approfondimenti mescolando alle proprie rispettabili fantasie tutto il fascino di una delle aree più belle del mondo. Abbiamo libri, linguaggi raffinati e colti, consulenze e commesse ben retribuite, che hanno magistralmente sviscerato la teoria dell’Area dello Stretto (non quella geografica, che è innegabile e pone problemi innegabili di mobilità; ma quella storica, sociologica ed economica).

Ahinoi, negli ultimi sessanta e rotti anni quest’immane produzione non è stata presa in alcuna considerazione dai processi reali della Storia che con imbarazzante indifferenza li ha tutti ignorati stipandoli nel retrobottega per poi proseguire, in modo sempre più spedito, verso una strada diametralmente opposta a quella da molti (quasi tutti di sponda calabrese e non sempre disinteressatamente) indicavano con magniloquenza. E’ accaduto, piaccia o no, che Reggio e Messina si sono sempre più allontanate rispetto a mezzo secolo fa proprio nei punti decisivi della conurbazione: studio e sistemi formativi, sanità, trasporti.

Ora, l’astuzia della ragione ha dato vita a circostanze esilaranti. Da un lato, l’azzardato documento dei sindaci di Messina, Reggio, con l’appendice di Villa che chiedono di modificare la composizione dell’autorità portuale dell’intera Calabria (chè di questo si tratta) che è stata faticosamente strappata dai calabresi che sono riusciti a cancellare e cambiare lo scandaloso assemblamento di pezzi della Sicilia e della Calabria (unico caso del Mezzogiorno) riuscendo una volta tanto a difendersi da progetti di potere e subalternità (perché di questo si tratta). Dall’altro, la simultanea uscita di Messina dalla Sogas perché la Capitale dello Stretto, cioè Messina, non è interessata al destino e all’uso dell’aeroporto di Reggio (ché di questo si tratta ed è difficile darle torto) potendo utilmente utilizzare Catania come accade tranne nei rari periodi in cui l’Etna non crea problemi di polveri scivolose (controllare i dati del Minniti).

Insomma, mentre Reggio (e Villa) offrono gentilmente il porto di Gioia Tauro a Messina (e perché non infilare anche Augusta le cui potenzialità sommate a Gioia equivalgono a quelle dei più grandi porti d’Europa?), Messina si salda sempre più, rispetto ai problemi della propria accessibilità a ciò che conviene ai suoi cittadini, cioè a Catania e al mondo della Sicilia Orientale.

Ma il gioco rischia di sfuggire a tutti di mano. Perché è del tutto evidente che il documento dei tre sindaci (quelli di Reggio e Messina ne hanno prima discusso coi Comuni delle rispettive aree metropolitane?), e la subordinazione del gioiello della Piana alle esigenze dei gruppi più potenti della città di Messina in conflitto campanilistico con altre aree siciliane, al di là della loro intenzione e dei loro calcoli, rischiano di innescare potenti spinte centrifughe di una parte strategica della provincia di Reggio che potrebbe trovarsi sempre più isolata.

Bisognerebbe chiedere ai tre sindaci se hanno chiaro il senso della proposta che avanzano. Che senso ha spezzare l’unitarietà dell’autorità portuale calabrese, cioè interrompere un progetto che attraverso Gioia Tauro punta a trascinare di tutta la regione (Corigliano, Crotone, Vibo, Palmi) verso la definizione organica (per accessibilità e vocazione) di una sterminata area logistica capace di guardare a tutto il Mezzogiorno?