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La Calabria di Gambi e il mito dell’Area dello Stretto

La Calabria di Gambi e il mito dell’Area dello Stretto

  lAdS di ALDO VARANO -

Mezzo secolo fa (1965), arrivò in libreria La Calabria (Utet), monografia di Lucio Gambi. Veniva messo a disposizione dei calabresi uno studio multidisciplinare della loro regione. Gambi era già allora il maggior geografo italiano del Novecento. Uno studioso leonardesco capace di scrivere, oltre che della sua materia, di storia, economia, sociologia, antropologia, arte, folklore. Per politici e intellettuali calabresi (nell’introduzione tra gli altri si ringraziano Rosario Villari e Gaetano Cingari) fu una boccata d’ossigeno. Finalmente un quadro scientifico privo di enfasi, vittimismo, retorica. Una ricostruzione autorevole di criticità drammatiche e potenzialità straordinarie della Calabria condotta con la sobrietà e il rigore dello scienziato.

Il volume, soprattutto, andava molto oltre l’ingenuità del vecchio positivismo ottocentesco. Gambi già nella terza pagina - quasi un preambolo – avverte “che non è su elementi fisici che si può definire il limite di una regione”, perché le regioni “sono frutto di storia umana: solo di questa e non di eventi o di forme o di condizioni naturali”. La storia, quindi, e non la geografia è decisiva nelle vicende umane. Un impianto logico-categoriale oggi ampiamente accettato ma che mezzo secolo fa non lo era e liberò la Calabria dai miti e dalla prigione di quanti l’avevano fin lì raccontata crocifiggendola a un’impotenza imposta da una natura bella ma specialmente matrigna.

Ancora oggi quell’opera (nonostante le prestigiose ricerche successive: La Calabria (Einaudi) curata da Bevilacqua e Placanica, le Storie di Cingari per Laterza e quella di Placanica per Donzelli) è fondamentale per comprendere la nostra regione ed esplorarne le radici geofisiche e storiche. Non a caso di quelle 564 pagine formato settimanale s’innamorarono intere generazioni di calabresi, giovani e no: da Mancini a Giovanni Lamanna, da Misasi a Guarasci a Casalinuovo. A Reggio fecero spesso riferimento a quello studio oltre Cingari, Piero Battaglia e Tommaso Rossi, Peppino Reale e Minasi e poi Vincelli, Vico Ligato e Franco Quattrone, Michele Musolino e Nanà Licandro.

Nacque da quelle pagine, o meglio da una loro particolare lettura, il mito reggino dell’Area dello Stretto (AdS) come soluzione alle contraddizioni di una città sempre in crisi identitaria.

Gambi fece conoscere la storia dell’isola d’Aspromonte, residuo di un antico e sconosciuto continente scomparso, che nell’ultimo milione di anni era emersa, sprofondata e riemersa. E di quell’isola (o arcipelago?), a giudicare dalla morfologia dei terreni, è ipotizzabile facessero parte anche Messina e un bel pezzo della sua provincia. Ma non è certo in nome della geografia che lo studioso individuò una vera e propria regione (non elencata nella Costituzione) la regione aspro-peloritana che Gambi, con un significativo corsivo, battezza “Regione dello Stretto” (519).

Lo studioso, osserva i flussi economici e gli scambi sullo Stretto e tra lo Stretto e la Calabria; valuta spazi e funzioni della città di Reggio e conclude che come città si rivela più “sfumata” e “sbiadita” rispetto a Catanzaro e Cosenza dove invece “risalta lucidamente” il ruolo di capoluogo nei confronti dei rispettivi territori. Invece, Reggio, non solo ha un’attrazione debole rispetto alla propria provincia “ma è pure un centro da cui una parte della popolazione - 5/6migliaia di persone per lo meno: impiegati, studenti, commercianti, mano operaia, persone che esercitano professioni liberali ecc – irradia usualmente nei giorni di lavoro al di là dello Stretto: perché sul limitato raggio dello Stretto vi è una forza ben maggiore di quella singola di Reggio (513)”. Il fenomeno è oggettivo: la città non si riempie della sua provincia e si si svuota verso Messina. “La Conurbazione dello Stretto” (titolo del paragrafo di pag 513) è sostanzialmente la progressiva espansione di Messina che recupera Reggio, in precedenza drammaticamente isolata, come propria area di servizio.

Scrive Gambi: “In ogni modo il fulcro della conurbazione non è sulla riva aspromontana ma su quella peloritana: a Messina è il solo porto commerciale della regione dello Stretto, con notevole ampiezza e funzionalità di bacino e discreto traffico, animato specialmente però dai rilevanti quantitativi di merci portate da ferry-boats (…) E qui con l’università (frequentata da almeno 8000 giovani provenienti dalla Calabria) e vari istituti speciali -connessi con la vita del mare - è il maggior centro di cultura, e qui si ha l’unico nucleo industriale della zona che sia degno di nota (molini e pastifici, cantieri navali e – nei villaggi vicini – lavorazione di derivati agrumari e industria dei materiali edili). E qui operano il maggior numero di legali e medici di notorietà regionale e le più solide aziende commerciali e i meglio forniti negozi (un terzo delle compere di rilievo della popolazione di Reggio e di Villa vien praticato a Messina” (518).

E’ la descrizione del processo storico innescato dal ruolo che la Calabria, soprattutto la sua punta reggina, svolgono rispetto alla Sicilia da quasi un secolo, cioè da quando la Calabria, circondata dalla ferrovia ionica e tirrenica, acquista la funzione di terra di transito tra l’Isola e il resto del paese, un ruolo che consente alla Calabria e a Reggio di spezzare il tragico isolamento che faceva di quelle terre, da qualche secolo, una vera e propria isola. E’ infatti il nodo ferroviario (nonostante la modifica imposta dai siciliani nel 1905: dalla tratta Reggio-Messina alla tratta Villa SG-Messina; una modifica, osserverà il Cingari nella sua Storia di Reggio, che ha indebolito la prospettiva dell’AdS) che dà il via, dopo la prolungata separazione tra Sicilia e Calabria, alla Regione dello Stretto.

L’Area dello Stretto, 18 chilometri di costa nel messinese, una quindicina nel reggino e il coinvolgimento dei territori che spaziano tra le due piane di Gioia e Locri, cinquemila chilometri quadrati in tutto (un terzo dei 15.221 km quadrati dell'intera Calabria) e quasi un milione di abitanti nel 1961.

Sia chiaro: Gambi, un romagnolo dalle cui pagine emerge un grande amore per ogni centimetro quadrato della Calabria e per i suoi abitanti, non avanza la proposta di fare del reggino un’area di servizio del messinese. Lo studioso valuta e fotografa la situazione e prende atto della direzione presa dai processi economici, culturali e sociali nel periodo storico in cui scrive.

E’ questa oggettività da studioso che lo spinge a porre esplicitamente due paletti, uno materiale e uno istituzionale, come condicio sine qua non della continuazione del processo in atto. Intanto, la necessità dell’attraversamento stabile dello Stretto (uso il linguaggio contemporaneo): ponte, tunnel o istmo. E’ strategico garantire l’accessibilità permanente a tutti i cittadini dell’area conurbata. Senza accessibilità permanente conurbazione e Area dello Stretto sono esercizio retorico e un po’ ridicolo. Secondo, è indispensabile il riconoscimento istituzionale di una nuova regione. “E’ probabile – argomenta - che questa regione … si individui anche più fortemente nei lustri prossimi fino a viziare di irrazionale e quindi di nocivo anacronismo il disegno tradizionale delle due regioni sicula e bruzia, così come lo indicano le corografie, le statistiche e la costituzione nazionale” (520). Insomma, un pezzo della provincia di Reggio deve staccarsi dalla Calabria e una parte del messinese deve separarsi dalla Sicilia per dar vita, con modifica costituzionale e formale riconoscimento istituzionale, alla Regione dello Stretto. Gambi sa che è impossibile la conurbazione se il territorio è gestito da istituzioni diverse.

Hic Rhodus, hic salta: tutto il resto è dilettantismo, furbizia, gioco e scontro di potere tra gruppi e classi dirigenti.

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Mezzo secolo dopo è forse il tempo di prendere serenamente atto, senza più sbandate che, nonostante la geografia e le tendenze allora in atto, gli uomini dello Stretto hanno costruito altre e diverse storie. La prospettiva della conurbazione e della Regione dello Stretto, che Gambi aveva visto già profilarsi, si è drasticamente allontanata, così come sempre più distanti, appaiono mezzo secolo dopo le città di Reggio e Messina. Gambi sarebbe il primo a prenderne atto che ilprocesso storico ha preso un'altra piega.

A Messina lo hanno capito da un pezzo e dell’AdS, nel mezzo secolo che abbiamo alle spalle, non se ne sono quasi mai occupati. Reggio, invece, ha costruito su quelle ipotesi sempre più sbiadite una vera e propria mitologia cancellando e rimuovendo (anzi, censurando) le sole condizioni possibili al cui interno quell’ipotesi era significativa.

Siamo ancora di fronte alla sindrome di una città sempre “in fuga dalla Calabria verso la vicina Sicilia” (Cingari, Laterza) per la quale Reggio (e la Calabria) hanno già pagato costi altissimi?