Direttore: Aldo Varano    

LA DISCUSSIONE. Il partito liquido e l’interesse dei calabresi

LA DISCUSSIONE. Il partito liquido e l’interesse dei calabresi

pliquido   di MASSIMO ACQUARO

- Occorre dare atto a Filippo Veltri di svolgere considerazioni coraggiose sulla relazione tra strutture di partito e modelli di organizzazione della democrazia. Il tema del superamento storico dei partiti e dell’annesso sistema parlamentare (le due cose vanno quasi indissolubilmente a braccetto) ha infatti in Calabria, più che altrove, un’importanza vitale.

Se in altre realtà, infatti, la rappresentanza degli interessi è garantita da forme diverse di organizzazione della società civile capaci di interpretare, mediare, tutelare gli interessi di vasti strati sociali (cooperative, associazioni, imprese, banche locali e giornali per citarne alcune) in Calabria la politica ha in buona sostanza monopolizzato la tutela della società e delle sue aspettative. Per decenni i partiti sono stati, nel bene come nel male, il luogo verso cui la società calabrese ha riversato i propri bisogni ricevendone in cambio erogazioni, protezioni, promozioni.

Persino le cosche, ed in modo cospicuo e spesso subalterno, hanno cercato nei partiti calabresi (in alcune frange, ovvio) protezione e vantaggi. Chiacchiere a parte, infatti, la politica regionale ha pesantemente condizionato anche la vita dei clan che nell’erogazione e destinazione delle risorse pubbliche hanno sempre visto un beneficio irrinunciabile.

È chiaro che con le lupare e spesso con il cappello in mano i boss hanno invocato che il denaro pubblico arrivasse sui territori da loro controllati invece che in quello dei propri avversari.

Per l’insieme di questi motivi, i calabresi hanno un interesse vitale alla democraticità dei partiti, alla trasparenza ed alla scalabilità (contendibilità) delle organizzazioni che li costituiscono. In Calabria l’immagine del leader maximo non ha mai attecchito ed i rari momenti di egemonia di questo o quel personaggio (Misasi, Mancini, in parte Ligato e Quattrone) non solo non sono stati durevoli, ma sono stati anche fieramente e duramente contrastati all’interno degli stessi partiti di appartenenza. La frammentazione (quasi anarchica) della società calabrese ha conferme in quasi ogni settore (sociale, infrastrutturale, imprenditoriale, criminale) e la politica -conseguentemente – ha fallito nel compito di fare della Calabria una vera regione del paese.

Ora l’idea di un “partito liquido” che dovrebbe ascoltare e decidere non può che creare ansie alla Calabria democratica che vede nei partiti “senza apparato” il rischio che si affermino gli interessi e i valori dei più forti. Certo, non servono strutture vuote e clientelari. Segretari e segreterie, di per sé, non giovano agli interessi generali della Calabria. Ma partiti monocefali sono una scommessa troppo azzardata per questa regione in cui la politica è praticamente l’unica risorsa economica della società ed i particolarismi, territoriali e criminali, nutrono da sempre ambizioni smisurate.

Filippo Veltri una politica “liquida” non la vuole perché non vuole una Calabria “da bere”.