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CALABRIA. Gli arresti di Rende e l’incendio di San Floro

CALABRIA. Gli arresti di Rende e l’incendio di San Floro

comune-di-rende   di FILIPPO VELTRI

- Sono accadute varie cose in Calabria negli ultimi giorni: l’ennesimo sequestro di beni (ad Amantea stavolta), soprattutto i clamorosi arresti a Rende e un incendio di una piccola struttura in legno che, all’apparenza, è cosa da poco o banale. Ma così, come vedremo, non è.

Al netto dell’ovvia ma sempre da conclamare presunzione di innocenza l’operazione della Dda di Catanzaro su Rende e’ di quelle da terremoto oltre il decimo grado. Non si può, infatti, limitare solo al perimetro pure importante di Rende ma coinvolge il mondo politico regionale vista la caratura dei personaggi coinvolti e parliamo ovviamente di Sandro Principe.

Le indagini, condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e svolte dal Nucleo investigativo di carabinieri di Cosenza, hanno delineato un intreccio politico/mafioso che ha consentito a candidati alle varie tornate elettorali per il rinnovo del consiglio comunale di Rende, dal 1999 al 2011, per il rinnovo del consiglio provinciale di Cosenza del 2009 e del Consiglio Regionale della Calabria del 2010, di ottenere l'appoggio elettorale da parte di personaggi di rilievo della cosca di 'ndrangheta Lanzino-Rua' di Cosenza, già tutti definitivamente condannati per associazione mafiosa, in cambio di favori.

Gli investigatori parlano di un sistema collaudato ultradecennale, con il fulcro nell'amministrazione comunale di Rende: affidamento in gestione di locali pubblici comunali a beneficio di personaggi appartenenti alla 'ndrangheta, assunzione presso la municipalizzata preposta alla gestione dei servizi comunali di soggetti vicini al gruppo criminale, mancato licenziamento di alcuni di questi nonostante alcune condanne, la promessa dell'erogazione di fondi pubblici per finanziare una cooperativa creata ad hoc da un personaggio di vertice della cosca, gestione dell'area mercatale di Rende. Le assunzioni presso la municipalizzata, in particolare, hanno riguardato vari esponenti della cosca, tra cui il capo del sodalizio di 'ndrangheta, Ettore Lanzino.

Fin qui, dunque, la pesantissima tesi accusatoria sostenuta da fior di magistrati come Bombardieri, Bruni e Luberto. Vedremo ora come si evolverà la vicenda sul piano giudiziario, ma e’ indubbio che il quadro politico regionale subisce da ieri uno scossone da non sottovalutare. Sandro Principe non è, infatti, un personaggio secondario nel complesso puzzle del Pd calabrese, ora e non ieri. Per lui parlano, cioè, non solo i trascorsi più recenti al Consiglio Regionale ma anche le strette frequentazioni degli ultimissimi tempi nella complicata operazione di rendere quanto più omogeneo il quadro nel Partito Democratico, fra renziani della prim’ora, renziani successivi, diversamente renziani e reduci bersaniani-dalemiani.

Mentre i carabinieri portavano a termine l’operazione di Rende, un centinaio di chilometri più a sud c’era un risveglio amaro per Stefano Caccavari e la sua azienda "Orti di Famiglia" di San Floro, alle porte di Catanzaro, di cui tanti giornali locali e nazionali, radio e tivù si sono occupati proprio in questi giorni (guarda caso!), per il suo forte valore innovativo e perché’ sorge lì dove doveva nascere la piu’ grande discarica privata d’ Europa. Durante la notte, ignoti hanno dato alle fiamme il magazzino degli attrezzi dell'azienda. La fiamme, infatti, da una prima analisi si sarebbero sviluppate non per cause accidentali, tanto che l’imprenditore (27 anni d’età) ha fatto denuncia ai carabinieri. Un avvertimento che non fa tanti danni materiali, quanto serve ad incutere timore. Ma Caccavari, con un video pubblicato su Facebook, non si è lasciato intimorire e attorno a lui si e’ raccolta subito tanta vera solidarietà, concreta e materiale.

Ora: i due fatti ci dicono una cosa sola e cioè che la resistenza ai cambiamenti in Calabria è enorme, le sacche di vecchio stantio sono tante e vanno tutte svuotate senza paura e senza reticenze. Ci dovrebbe pensare la politica ma ci pensa invece la magistratura. Fino a quando non è dato sapere. Si svegli la società (civile o incivile che sia) altrimenti la partita è persa.