Direttore: Aldo Varano    

PLATI' MINNITI E IL GIRONE INFERNALE DELLA LOCRIDE

PLATI' MINNITI E IL GIRONE INFERNALE DELLA LOCRIDE

platì3   di ALDO VARANO

- Il senatore Minniti, che di solito sta accuratamente lontano dai giornali e da qualsiasi tipo di esposizione mediatica, perché impegnato in un’attività nazionale straordinariamente importante per il nostro paese e la sua sicurezza, ha detto che “il livello di radicamento del terrorismo jihadista a Molenbeeck è come quello della ‘ndrangheta a Platì in Calabria”.

Non se ne abbia a male Minniti e se ne faccia una ragione: è difficile accettare e convincersi che a Molembeeck, quasi 82mila abitanti, il terrorismo sia tanto radicato quanto la ‘ndrangheta a Platì.

Naturalmente non mi riferisco alla realtà di Platì. Mi riferisco alla sua immagine. Un’immagine che gli è stata cucita addosso con responsabilità diffuse e non estranee alla Calabria, alla sua politica, ai suoi intellettuali.

Un’immagine radicata e terribile creata da un meccanismo infernale. In quel meccanismo ci sono le inadempienze antiche dello Stato che, da una parte, non è mai intervenuto a favore dei deboli e dei faticatori di Platì per aiutarli a uscire dal tunnel dell’arretratezza e del sottosviluppo; e dall’altra si è ben guardato dall’intervenire con tutta la forza dello Stato per stroncare una malapianta mafiosa che a Platì è stata sempre potente e aggressiva condizionando pesantemente la vita dei suoi abitanti.

Su questi fatti reali si è costruita un’opinione che, come tutti sanno, diventa a sua volta un altro fatto molto più potente di quello che lo ha originato. E’ l’opinione che crea le idee che muovono persone, pregiudizi, sentimenti e popoli.

Quell’immagine, a cui ha fatto riferimento Minniti per il suo paragone, che è legittimo ritenere infelice, del resto, è nota a tutti in Calabria e nella Locride da dove è stata esportata in Italia e non solo. Dannoso far finta che non sia così e nascondere la testa sotto la sabbia.

Il peggio che possa accadere ora è che un episodio minore possa venire strumentalizzato per costruire a Platì altri danni. Mi riferisco alle iniziative che anziché fare i conti reali con quell’immagine attraverso l’inventario e il rovesciamento degli errori che abbiamo alle spalle, puntano e sperano in un fermo-immagine della situazione dentro la quale, magari, agguantare qualche pezzetto di potere, non trasparente in più. E non si tratta, è bene precisarlo, di forze della politica, dei ceti sociali o della geografia nettamente spaccate a metà.

C’è un problema gigantesco in Calabria che si riferisce prima di tutto alla Locride come girone tra i più pericolosi dell’orrido inferno calabrese. Platì viene dopo.

Il problema di cui parlo è quello di un racconto veritiero della nostra terra, non viziato né dalla voglia di nascondere o attenuare le nostre responsabilità, né costruito attraverso immagini enfatiche dei fenomeni che la devastano. Un racconto veritiero non come attenuante generica, ma perché solo un racconto veritiero può dar vita a una strategia che, con un impegno corale dei cittadini, possa assestare alla ‘ndrangheta colpi di maglio decisivi e mortali.

Colpisce che personalità autorevoli della Locride abbiano scelto di polemizzare in modo francamente enfatico con il senatore Minniti senza accorgersi che nello stesso giorno in cui l’hanno fatto, senza che nessuno di loro se ne preoccupasse, uno dei più grandi giornali italiani, che influisce e orienta pezzi decisivi dello Stato e del potere, ha proposto con grande evidenza in prima pagina la ricostruzione di una Calabria, più precisamente della Locride, come il delinquente dell’Italia. Una regione composta da 2milioni di abitanti compattamente dedita al delitto o comunque con esso collegata.

Peso le parole. Ma se la Calabria è il motore devastante che “alimenta le voglie e le ossessioni quotidiane di tre milioni di italiani – com’è stato scritto la domenica della Resurrezione - e ne scatena l’aggressività nelle strade e nelle case, esondando dai suoi argini da Milano a Roma, da Bologna a Siena, da Napoli a Palermo per ritrovare la sua fonte rigeneratrice nella Locride e consegnare alle cosche calabresi un tesoro da 30 miliardi l’anno”, se è questo motore, la Calabria non ha più speranza.

Io credo che questa analisi sia sbagliata e credo ostacoli la lotta alla ‘ndrangheta. Perché è chiaro che se le cose stanno a quel modo i cittadini non saranno mai più dalla parte della giustizia. Ma se è così lo Stato, le autorità, i governi, le Procure della Repubblica devono avere il coraggio di riconoscerlo solennemente e trarne le conseguenze.

Se è così non si può essere complici. Bisogna chiedere allo Stato di lavorare a un radicale spopolamento della Calabria per rigenerarla facendola rifiorire con altre e diverse popolazioni. Non ci si può rassegnare ad accettare la ‘ndrangheta magari perché senza il suo giro economico illegale l’intera economia legale (della Calabria e non solo) andrebbe all’aria. Né si può accettare di vivere solo grazie alla diffusione di morte e dolori nel resto del paese.

Sia chiaro. I calabresi e i cittadini della Locride (o quelli che ne sono originari) non abbiamo interesse a nascondere nulla. Solo chi odia la nostra terra può sottovalutare o anche solo attenuare la gravità del fenomeno mafioso. La Calabria deve continuare a chiedere la sconfitta della mafia, la sua scomparsa definitiva dall’orizzonte storico della Calabria, la sua riduzione a fenomeno irrilevante. E deve continuare a denunciare la lentezza di questa lotta di liberazione che certo diventa impossibile se la situazione dovesse veramente essere quella descritta nei giorni scorsi dalla grande stampa. Una lotta lenta anche perché quell’analisi frena necessariamente la reazione bloccando la voglia di riscatto.

Solo nei romanzi si può lottare contro i mulini a vento.