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La ‘ndrangheta a Platì: è bufera tra i candidati sindaco. Intanto la Bindi…

La ‘ndrangheta a Platì: è bufera tra i candidati sindaco. Intanto la Bindi…

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- Rosy Bindi l’ha detto chiaramente: le amministrative nei Comuni i cui Consigli comunali sono già stati sciolti per mafia vanno monitorate. Le liste vanno passate al setaccio, ogni nome deve finire sotto la lente d’ingrandimento. E a Platì, reduce da diversi scioglimenti, con la democrazia sospesa ormai da anni, scoppia l’ennesima polemica. I candidati, per ora, sono due, anzi tre: la democrat incoronata da Renzi, Anna Rita Leonardi, la “straniera” reggina accusata di voler colonizzare il paese con slogan antimafia; l’ex sindaco Francesco Mittiga, la cui amministrazione è stata sciolta per infiltrazioni mafiose; e l’infermiere Francesco Sergi, fratello del combattivo anti-leonardiano Rosario.

L’ultimo capitolo della polemica viene scritto dopo un servizio mandato in onda dal Tg3, durante il quale Mittiga chiarisce il suo punto di vista. «Platì è stato sciolto con la famosa legge antimafia ma la motivazione per cui è stato sciolto è che partendo dall’assunto che Platì è un paese mafioso la mafia potrebbe influenzare l’amministrazione. Con quelle motivazioni – afferma ai microfoni del Tg - possono avere conseguenze il governo centrale, le prefetture, i governi periferici, la Regione, la provincia, tutti possono essere sciolti. Tutti ‘ndranghetisti, tutti delinquenti, non è vero, non è vero», afferma scuotendo la testa. Ed il principio enunciato da Mittiga, in fondo, non è per niente falso: la legge sullo scioglimento delle amministrazioni comunali, nell’urgenza di prevenire una “contaminazione” della cosa pubblica, macina tutto ciò che trova sul suo cammino. La polemica, però, scatta immediatamente dopo, quando Mittiga nega che a Platì, attualmente – ed è bene sottolinearlo - «non c’è capo, né sottocapo, né gregari. Oggi chi agisce, agisce per conto proprio». Insomma, secondo l’ex sindaco, a Platì, almeno ad aprile del 2016, la ‘ndrangheta non esisterebbe più. Sarebbe “emigrata”, lasciando sul posto soltanto delinquentelli, ladri di polli, gente che si muove in proprio. Difficile stabilire se ha torto o ragione, certo è che l’attenzione della Dda sul paese aspromontano è sempre alta e gli arresti con accuse pesantissime, come quelle contemplate dal 416 bis, non mancano. Ma Mittiga non teme la proposta della Bindi e, anzi, accetta la sfida. Così è ben disposto a sottoporre la sua lista al test antimafia: «e perché no? – si chiede - Io lo supererò, non c’è dubbio». E per ora solo questo lo accomuna alla Leonardi: la certezza di poter affrontare la scure della Bindi rimanendo indenne.

La giovane piddina, però, manifesta entusiasmo all’idea – anzi invocata – che l’antimafia analizzi Platì in lungo e in largo. «Ho accolto con favore questa decisione – ha confermato anche lei ai microfoni del Tg3 -, idea che si sposa con il mio progetto. Da quando mi sono candidata ho specificato che avrei sottoposto la mia lista alla Procura e alla commissione antimafia». E infatti la Leonardi, nelle scorse settimane, aveva incontrato il Procuratore Federico Cafiero de Raho per discutere delle liste e chiedere una collaborazione.

Il nodo scioglimenti – L’urgenza di cambiare la legge, però, c’è ed è reale. Anche la Bindi ha posto il problema.Se è incontestabile, da un lato, la presenza della ‘ndrangheta in Calabria e il suo interesse per la politica, che in un patto scellerato mette a disposizione dei clan un territorio da fagocitare, dall’altro non si possono mettere a tacere le incongruenza più volte denunciate, tanto per citarne alcuni del mestiere, dai giudici amministrativi, chiamati a decidere della bontà degli scioglimenti. E spesso – troppo spesso – la Calabria viene “punita” per la sua fama: la ‘ndrangheta è un fattore endemico. Impossibile, per il ministro che invoca lo scioglimento, che un paese, piccolo o grande che sia, ne rimanga incontaminato. Anzi, di più: è impossibile che un’amministrazione democraticamente eletta rimanga pulita. Un concetto sbrigativo e, spesso, dannoso. Anche perché, a commissariamento completato, nulla sembra essere davvero cambiato, se non il volto, spesso impoverito, del paese. Le relazioni fotocopia da parte del Viminale non sono una novità, anche a fronte di approfondite e specifiche indagini della commissione d’accesso agli atti di turno, che meticolosamente passa al setaccio anni di carte e pasticci amministrativi.

Ma i giudici, più volte, si sono espressi contro le decisioni prese dal governo, sancendo «l’irrilevanza del contesto territoriale e storico – culturale» in cui si colloca il Comune finito in rete. Parole tratte dalla sentenza di annullamento dello scioglimento del Comune di Cirò, nel crotonese, che spesso ritornano però in altre sentenze che, a quanto pare, non intaccano la fermezza del legislatore. Sulle parole di quei giudici, però, varrebbe la pena di riflettere, per evitare che il caso Platì diventi una questione di abitudine: troppo spesso, affermano i togati, il semplice fatto di associare la Calabria alla criminalità organizzata porta a facili conclusioni anche sugli organi politici, avviluppati, quasi per forza di cose, dalle radici marce della ‘ndrangheta.

«Il contesto territoriale nulla dice in ordine all’eventuale collegamento esistente tra gli amministratori di un determinato Comune e la criminalità organizzata – scrivono -. Nessuna realtà locale deve scontare in linea di principio ovvero pregiudizialmente la mera appartenenza a un più vasto territorio ritenuto pervasivamente interessato dalla presenza di fenomeni criminali radicati e organizzati nel territorio». E bisognerebbe riflettere ancora di più per una specifica ragione: dopo lo scioglimento, laddove c’era il marcio, molto spesso nulla è cambiato.