L’ANALISI. Vibo, orgoglio e passione del Cdx, che ancora non c’è

L’ANALISI. Vibo, orgoglio e passione del Cdx, che ancora non c’è
VIBO    Il colpo d’occhio nella sala grande del 501 di Vibo è straordinario. Le sedie, fitte fitte (per la cronaca, 21 file da 18 posti) sono interamente occupate ed è una faticaccia arrivare alla striminzita tribunetta-stampa alla destra della presidenza, forse sorpresa da tanta folla. La Santelli in grande spolvero, ogni volta che guarda la sala si apre in un sorriso soddisfatto. A corona tutt’intorno alle sedie solo posti in piedi.

E’ il popolo del Cdx calabrese, anzi la crema che tanto popolo non è, formato soprattutto da una fascia tra i trenta e i 50 (ma ci sono, i più anziani e un bel po’ di giovani). I più dovevano essere ragazzi, ragazze e giovanotti quando Berlusconi sembrava eterno; lui, capace di vincere alzando il Cdx una botta sì e l’altra pure. Ora devono fare i conti col fiele della sconfitta che erano convinti non sarebbe mai arrivata. L’hanno scritta in faccia la voglia di domande e risposte, a tratti l’angoscia dell’affiorare di dubbi terribili: e se fosse finita per sempre? E se il bel tempo antico e radioso non dovesse mai più tornare?

Si aspetta Toti e la Carfagna, due punte alte di Fi. Si aspetta anche Matteoli, che in Fi rappresenta, ormai con solo Gasparri, l’ala della destra radicale e fascista addolcitasi e diventata presentabile dopo lo sdoganamento del Cavaliere (ormai ex): sarà suo un monito, convinto e contraddittorio col resto del suo intervento: “Centro destra unito si vince. Destra-centro non vincerà mai”. Ma intanto scarica su Fi il fallimento di Roma e del candidato voluto da Berlusconi e l’impossibilità di un ballottaggio Raggi-Meloni.

In sala se la portano tutti addosso la domanda che ha spinto fin qui il vostro cronista: perché una concentrazione così alta, quasi uno sciupio, di esponenti nazionali del Cdx, senza contare i big locali come Occhiuto, Ferro, il senatore Caridi e Mangiavalori che, da padrone di casa, introduce alle sei, quando con un’ora di ritardo inizia il confronto? La risposta è la vittoria di Cosenza che ha fatto della Calabria uno dei punti-progetto per il rilancio nazionale di Fi e del Cdx, come ha scritto due giorni fa Il Giornale in un servizio da Roma.

Mangiavalori chiede un Cdx “liberale e libertario” perché Le Pen qui non funziona. Avverte: “Bisogna ricompattare l’area moderata”. Lo scandisce sotto lo striscione sulla testa della presidenza: “L’Italia vince se il Centrodestra è unito”. Già, ma come si fa per unirlo? Unità e ricompattamento saranno le parole più dette e meno spiegate del convegno.

Fa anche un accenno alla necessità di impegnarsi contro il referendum, Mangiavalori. Ma non esagera. Né esagera la Santelli, dopo di lui.

Più tardi, dopo la Ferro, Occhiuto e il senatore Caridi che invocheranno mobilitazione per il No al referendum (Occhiuto: “Il referendum come bandiera del Cdx”) arriveranno due clamorose sorprese: Mara Carfagna e Toti non pronunceranno mai la parola. La madre di tutte le battaglie per spazzare Matteo Renzi non verrà da loro neanche vagamente evocata. Difficile credere a una, anzi due, distrazioni. Un silenzio totale il cui significato, all’ignaro popolo del Cdx, forse, diventerà chiaro a giorni, come invoca da giorni il Foglio di Ferrara e Cerasa? Matteoli, garbato ma duro, prenderà le distanze dall’intervista di Confalonieri che sul referendum chiede (concordato con B e Gianni Letta?) un ripensamento per farlo approvare, dando spazio a uno dei punti sotterranei di rottura che ha attraversato il convegno di Vibo.

Ma riprendiamo il filo. La Santelli è brava e breve: teorizza che in Calabria a Cosenza, ma anche a Lamezia, Gioia Tauro, Vibo, il Cdx vince perché in Calabria c’è un largo voto di opinione. Curioso rovesciamento degli argomenti del M5s che pochi giorni fa ha giustificato la sua irrilevanza in Calabria con l’argomento che il voto è qui, prima di tutto, di scambio e non libero.

Con l’intervento di Occhiuto (Roberto non Mario) diventa di fatto ufficiale la candidatura del sindaco di Cosenza (Mario) alle prossime regionali. E’ Toti in persona che mentre si scorre la lista degli ultimi successi del Cdx in Calabria, guarda Occhiuto con complicità e fa: “E abbiamo qualche idea anche per la Regione, vero Roberto?” con chiaro riferimento all’incoronazione di Mario a candidato Governatore del Cdx. Di certo non avrà gioito, lì accanto, Wanda Ferro che intervenendo ha attaccato il “trasformismo” e i “cortigiani”, ha citato Almirante per poi concludere con un secco ed applaudito: “Chi ha tradito una volta lo farà ancora”.

Dopo Occhiuto che rivela di essersi “legato a Toti” e chiede un “Cdx alternativo a Renzi” che si allei anche con la Lega, che sia inclusivo “ma senza prendere i rottami” (i suoi ex sodali dell’Udc?) tocca a Mara Carfagna assicurare la platea.

Ha mestiere l’ex ministra. L’esordio punta al nodo centrale: “Dove sta andando Fi?” E ancora: “Cosa vogliamo mettere in campo?” L’attenzione cresce. Garantisce che “Fi deve avere un ruolo centrale” nel Cdx. Ribadisce: “Ricostruiremo l’Italia solo se saremo uniti”. Avverte: “Bisogna dare risposte al nostro popolo”. Tranquillizza: “Noi abbiamo Silvio Berlusconi”. Giura: “Riporteremo il Cdx al Governo”.

Ma gira e rigira, al punto la Carfagna non c’arriva. Non spiega come accadranno tutte queste cose che auspica con passione coinvolgente. Soprattutto si tiene lontanissima, come tutti gli altri, dalle domande vere che Fi deve affrontare: perché nel 2013 il Cdx guidato da Berlusconi ha perduto oltre otto milioni di voti? Né ha spiegato perché c’è un progressivo, ma sempre più massiccio, spostamento di elettorato dal Cdx al M5s.

E’ tutto qui il cuore della crisi del sistema politico italiano che s’intreccia più di quanto si voglia riconoscere al problema di Fi e del Cdx italiano. Il Cdx continua ad avere i voti ma non riesce a unificarli per l’assenza di una strategia convincete sulla società italiana che sia diversa dalla bacchetta magica del Cavaliere. Intanto, partendo dal seno del Cdx e alimentandosi con altri fenomeni cresce un’ipotesi populista che, se vittoriosa, annuncia disastri. Ai ballottaggi vince il M5s perché il Cdx pur essendo sulla carta la seconda forza del Paese dopo il Pd si presenta frantumata. Tutti nel Cdx la vogliono unita. Nessuno sa come si farlo.

Anche Toti girerà intorno al tema senza mai concludere. Con una diversità rispetto alla Carfagna. Affronterà i temi cari alla Lega, lui che governa la Liguria assieme ai leghisti, con un taglio diverso. Certo, avverte subito che la leadership spetta a Fi perché “Nel Cdx siamo i migliori”; perché “Non siamo bigotti né razzisti”. Ma per lui l’Europa e l’immigrazione restano problemi mai opportunità: la stessa impostazione, certo senza le piegature untuose e ipocrite, di Salvini. Anche Toti, insomma, come la Carfagna gioca la carta della fierezza: “Abbiamo ricette migliori degli altri e quando siamo uniti ci promuovono”. Ma non riesce ma a spiegare quale sia la strategia per unire tutte le forze invece di farsi ingoiare da Grillo e Di Maio.

Come dire, orgoglio e passione, ma il Cdx in Calabria (e in Italia) ancora non c’è.