L’ANALISI. Il Sud torna a crescere. Ma manca ancora una vera strategia di sviluppo

L’ANALISI. Il Sud torna a crescere. Ma manca ancora una vera strategia di sviluppo
agricoltura   Fra una settimana la Svimez renderà pubblico il suo imprescindibile rapporto annuale sull'economia del Sud. E confermerà il fatto che nel 2015 si è arrestata per la prima volta la recessione dopo un lungo periodo in cui tutti gli indici davano il Sud in caduta libera. Nessuno se lo aspettava. La crescita del Pil è stata dell'1%, al di là di ogni previsione. Ma la cosa ancora più significativa è che l'economia meridionale è cresciuta più di quella del Centro-Nord (fermo allo 0,7%). Che l'area più arretrata dell’Italia cresca ad una percentuale superiore a quella dell'area più sviluppata, è in assoluto la migliore notizia che il Sud abbia fornito di sé negli ultimi anni.

C’è di più: ci sono stati nel corso del 2015 ben 94.000 nuovi occupati nel Mezzogiorno, una performance quadrupla rispetto al Nord-Est e doppia rispetto al Centro-Italia. Poche volte nella storia economica del nostro paese è successo un fatto del genere, che cioè la ricchezza e l'occupazione nell'area meridionale crescessero più che nell'area centro-settentrionale. L’ultima volta era avvenuto alla fine degli anni Novanta del Novecento, e prima solo nel fulgido periodo della Cassa del Mezzogiorno. Quindi si tratta di una circostanza notevolissima che merita di essere segnalata e approfondita.

Il governo Renzi ha già ascritto a sé e alle sue politiche un tale risultato. E lo farà ancor di più dopo la pubblicazione ufficiale del rapporto. Ciò corrisponde al vero? Secondo la Svimez solo in parte: gli incentivi per le nuove assunzioni e gli sgravi fiscali (gli 80 euro al mese) hanno inciso per lo 0,2 sulla crescita di quell’1% del Pil. Il Governo con i suoi provvedimenti è stato attore della crescita solo per un quinto.

 E dunque a cosa sarebbe dovuto questo eccezionale e inaspettato risultato? I settori che maggiormente hanno trainato la crescita sono essenzialmente l’agricoltura (più 7,3%) e il turismo, e solo in piccola parte l’edilizia. Ma è rimasta ferma l’industria come ha ricordato Gianfranco Viesti, e non è una buona notizia. L’agricoltura e il turismo hanno beneficiato indubbiamente di particolari condizioni internazionali del mercato piuttosto che di specifiche politiche nazionali in questi settori. Certo, se si aprono condizioni internazionali favorevoli devi avere le basi per approfittarne, e l’agricoltura e il turismo meridionali hanno dimostrato di essere in un buon momento e di avere ulteriori potenzialità di crescita. Ma occorre dare continuità a questi risultati consapevoli da un lato che i mercati internazionali sono in questo periodo storico non stabili e dall’altro che il Sud può essere ancora più competitivo su questi fronti. E che nessun risultato di aumento della ricchezza sarà duraturo se non si interviene anche con una seria politica industriale e con un fortissimo rilancio degli investimenti pubblici.

Adesso consideriamo tutto da un altro punto di vista: con una crescita dell’1% all’anno, quanto tempo ci vorrà per rivedere nel Sud i livelli di reddito e di ricchezza pre-crisi? Ci vorranno ben 14 anni. Con questo ritmo solo nel 2035 si tornerò al reddito del 2007.  

E se, invece, volessimo calcolare quanti anni occorreranno (con questo ritmo di crescita) a raggiungere il reddito e il benessere del Centro-nord? E’ un calcolo complesso, ma può aiutarci una simulazione che fece alcuni anni fa Nino Novacco, una storico dirigente e studioso della Svimez. Novacco calcolò che con un differenziale dello 0,4% del Pil a favore del Sud (e nel 2015 il differenziale è stato dello 0,3) occorrerebbero ben 127 anni per raggiungere l’economia e il benessere del Centro-Nord.  Cioè, se l’economia meridionale crescesse ogni anno (e per 127 anni di seguito) a un tasso di 0,4 punti superiore a quello del centro-settentrionale, solo nel 2243 l’Italia smetterebbe di essere un paese ad economia duale e il divario si azzererebbe. Se invece il differenziale di crescita a favore del Sud fosse dello 0,8% annuo, il superamento del divario avverrebbe nel 2085, cioè tra 69 anni. Ma se lo scarto di crescita a favore del meridione fosse dell’1,2% (quattro volte di più di quello registrato nel 2015) allora bisognerebbe aspettare “solo” il 2062, cioè 46 anni.

Quando il Sud è cresciuto a tassi elevatissimi? Solo nel periodo della Cassa del Mezzogiorno. Solo nel periodo in cui ci furono massicci investimenti pubblici nelle infrastrutture civili e sociali e si avviò un significativo processo di industrializzazione.

Tra il 1951 e il 1973 il Pil meridionale è aumentato più che in tutto il secolo precedente. Nel 1951 il Pil pro-capite  nel Sud era il 52,9 rispetto a quello del Centro-nord, cioè la metà. Nel 1963 arrivò al 60,5 (quasi 8 punti in più rispetto al 1951) un risultato mai più raggiunto negli anni successivi.

Anche alla fine degli anni Novanta il Sud ha conosciuto dei buoni andamenti, facendo registrare  una crescita superiore a quella del Centro-Nord. Certo, il risultato si manifestò in “discesa”, cioè in una contingenza di comune calo del Pil, ma in quel periodo si diede vita a una strategia di sviluppo per il Sud, al cosiddetta “programmazione negoziata”, discutibile quanto si vuole ma che comunque segnò una ripresa di politiche pubbliche verso il Sud dopo decenni di stasi dovuta alla fine dell’intervento straordinario e alla chiusura della Cassa del Mezzogiorno.

In definitiva, il ritardo del Mezzogiorno e l’enorme divario economico con il Centro-Nord non è affatto un destino già segnato dalla storia che inutilmente si cerca di forzare. Il divario è un prodotto di precise scelte fatte nel corso della storia unitaria. E’ il risultato di precise scelte economiche e politiche.

Quando lo Stato italiano e la sua classe dirigente si sono posti seriamente il problema, dei risultati si sono raggiunti, il Sud si è mosso dalla sua staticità e ha dimostrato di poter ottenere performance di crescita anche superiori all’area più sviluppata.

Il risultato del 2015 non è ancora il frutto di una strategia governativa per il Sud, ma di singoli provvedimenti agevolativi e di contingenze favorevoli del mercato internazionale. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se finalmente il Governo si decidesse di elaborare una vera e propria strategia per ridurre il divario.

*Saggista e politico italiano. Già sottosegretario al tesoro e alla programmazione nel Governo Prodi. Si è occupato a lungo di cirminalità organizzata scrivendo numerosi saggi. Ultimo libro pubblicato. Storia dell'Italia mafiosa, Rubettibo 2015. Insegna all'Università Benincasa di Napoli Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d'Italia. Editorialista del Mattino dove questo articolo, qui riprodotto con l'autorizzazaone dell'autore, è stato pubblicato il 21 luglio.