La Calabria e il turismo che non c'è (come al solito)

La Calabria e il turismo che non c'è (come al solito)
mare   Era ovvio e scontato che anche quest’agosto riprendesse il refrain sul turismo malato e dimenticato in Calabria, così come accade da molti anni – troppi – a questa parte. Del resto la realtà e’ sotto gli occhi di tutti…

Il quadro è sconfortante e anzi solleciterebbe a non scriverne affatto, visto la ripetitività degli argomenti, delle situazioni, degli avvenimenti, dei non accadimenti, che rendono persino stucchevole l’analisi.

Il turismo in Calabria – questo il dato – non esiste, anzi non è mai esistito in quando industria del ramo. E’ nato ed è cresciuto soprattutto attorno a miserevoli aspirazioni di contadini inventatisi ristoratori, di muratori che si sono chiamati albergatori e via discorrendo. Ed attorno ad una miserevole classe politica che ha accompagnato, finanziato,  foraggiato, persino lodato quella così detta classe imprenditoriale turistica nel suo meschino proliferare per decenni.

Ovviamente – lo scriviamo subito per evitare anche qui la solita litania calabrese con le solite mosche bianche che si dicono adirate e che loro sono altro, ben altro! – ci sono in questo affresco d’assieme eccezioni ma sono talmente poche che non cambiano il quadro di fondo.

Il perché’ non sia stato possibile incidere e modificare questo desolante quadro è dato dall’accoppiata micidiale pubblico-privato che ha finito per asservire tutto al mordi e fuggi cui assistiamo oggi ma cui assistevamo anche ieri e l’altro ieri e l’altro ieri di ieri ancora. Non uno straccio di  disegno unitario, non un punto di raccordo, non uno straccio di rete.

Viene da ridere e da piangere assieme quando si invocano gli esempi virtuosi della Romagna, del Trentino, della Puglia o della stessa Sicilia: lì hanno capito da decenni - o più recentemente (non importa) - che per far fruttare le risorse naturali o artistiche (e da noi quante ce ne sono!) non si può lasciare il gioco all’individualismo rampante di quei muratori-contadini che vogliono fare soldi su quelle ricchezze in 30 giorni di stagione, depredando turisti e viaggiatori, e poi buona notte al secchio!

 Li’ hanno capito una cosa semplice semplice che da noi non è mai partita e crediamo che non partirà mai: bisogna cioè allargare, fare rete, far crescere le professionalità e non inventarsi altro.

  Sembra facile ma in Calabria non lo è affatto e infatti siamo allo stato di cui hanno parlato in tanti nei giorni scorsi e che non ripetiamo non tanto perché’ sarebbe ripetitivo ma perché’ ci siamo annoiati e stancati di questa tiritera decennale che non vede mai un inizio o una fine.

  Vige una sorta di pensiero unico sul mancato decollo del turismo calabrese e per battere un pensiero unico ci vogliono pensieri alternativi. Non vedo di tanti in giro. Tra un po’ finirà questa estate e finirà anche questo tradizionale dibattito, un cult come lo sono Natale, Ferragosto o la Befana.

  L’altro giorno un grande scrittore nato a Napoli, Antonio Scurati (vincitore dei premi Campiello e Strega), ha scritto che ‘’il Mezzogiorno non può trasformarsi nella terra dei rimpianti e delle occasioni perdute. I cittadini del Meridione d’Italia devono essere esigenti, elevare le proprie soglie di aspettative’’.

  Ecco: ha proprio ragione ed il caso del turismo calabrese lo indica alla perfezione. Finche’ non salirà quella soglia ci dovremo accontentare del tradizionale dibattito agostano e poi tutti in letargo per 12 mesi. Così vanno le cose dalle nostre parti.