Referendum. Mallamaci e Varano, la discussione

Referendum. Mallamaci e Varano, la discussione
referendum2 Caro direttore, questa non è un'analisi approfondita della questione che affronti. In ogni caso, quello che emerge evidente (e, aggiungo, drammaticamente) dal tuo articolo, è che il dibattito è incentrato non sulla riforma in sé, ma sui suoi effetti elettorali.

Il fatto che essa, nel metodo e nel merito, sia molto discutibile (eufemismo), passa in secondo piano rispetto ai vantaggi o agli svantaggi che i diversi schieramenti politici ne potranno trarre.

Tu fotografi sapientemente una situazione che gli uomini liberi non possono accettare, andando quindi a votare coscientemente NO in un estremo tentativo di tutela della democrazia italiana dagli assalti di Renzi e del suo giglio magico. Sto parlando di coloro che, pur non seguendo la quotidiana politica da "Processo del lunedì", hanno gli occhi puntati al futuro dei propri figli, e quindi sono interessati a provare, temo vanamente, di  non peggiorare lo stato del nostro Paese. un abbraccio, Nino Mallamaci


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Caro Nino, grazie per avere scelto zoomsud per dire, sia pure in sintesi estrema, la tua opinione su una questione - e sul punto hai ragione - che sarà comunque decisiva per il futuro del paese. Aggiungerei, anche per la Calabria.

E’ vero che il dibattito spesso prescinde dai contenuti della riforma per concentrarsi su altro. Errori e strumentalismi si sono e continuano a inseguirsi su quel terreno. Ma bisogna andare oltre per promuovere una riflessione sul merito, smorzare furori ideologici e, soprattutto, bloccare interessi non sempre confessabili, ma quasi sempre lontani dall’interesse del paese.

Metodologicamente, io credo, si dovrebbero tener fermi (almeno) tre punti. Il primo, capire se la riforma ci consegna una Costituzione migliore o peggiore di quella precedente. Secondo, capire cosa accadrà se vincerà il sì. Terzo, capire cosa accadrà se vincerà il no. Il secondo e il terzo punto sono di facile soluzione. Basta sapere con quale costituzione ci ritroveremo dopo il referendum per sapere quali meccanismi istituzionali necessariamente scatteranno.

Ma questo è un piano di lavoro per un giornale. Per intanto, vorrei solo intervenire sulla questione centrale del tuo intervento (l'estremo tentativo di tutelare la democrazia che ritieni in pericolo) che mi pare una specie di premessa generale rispetto al merito delle questioni.

Io credo, mi pare diversamente da te, che l’Italia, chiunque vinca, continuerà a essere un paese democratico e che non c’è nel nostro futuro prossimo alcun pericolo di derive autoritarie che possano venire dall’approvazione o dalla bocciatura della riforma.

Lo dico meglio e con nettezza solo perché siano più chiari i termini di quello che a me pare il problema: fin quando terremo fermi i principi fondamentali della nostra costituzione, che notoriamente non sono in discussione, e soprattutto fin quando faremo parte dell’Unione europea, è pressoché inesistente il rischio di un’involuzione democratica. Non bisogna aver letto necessariamente i saggi su Nazione e Nazionalismo di Hobsbawm o di altri grandi classici della storiografia novecentesca per capire che senza la trappola della nazione, e la spinta identitaria che necessariamente provoca premendo verso il nazionalismo, l’esito autoritario, il totalitarismo e la degenerazione autoritaria non sono possibili. Te lo immagini un despota che non ha potere illimitato sul controllo del bilancio del proprio Stato e che deve svolgere la propria legislazione all’interno di principi sovranazionali? Che deve dar conto, gli piaccia o no, alla Commissione di Bruxelles su come spende e fa, uno cioè che non può distribuire i quattrini della nazione per dare forza al suo personale dominio? E che non può ordinare alla zecca di stampare altro danaro?

Certo, l’Europa può saltare e il processo del federalismo politico può interrompersi,  ma per fortuna siamo ancora in una fase in cui pur avendo gravissimi ed inediti problemi, l’Europa regge. Non è un caso che tutti i grandi partiti europei dell’estrema, senza eccezione (da Le Pen a Grillo) puntino sull’uscita dall’Euro come strada per far saltare l’Europa e ripristinare le nazioni (meglio: Nazioni con la maiuscola). Si definiscono “sovranisti” per dire che rivogliono la piena e totale sovranità nazionale,  cioè la radice delle decine di milioni di morti del terribile Novecento europeo. Sono questi, che devono farci paura. E' questo io credo il terreno, Caro Nino, su cui devono ritrovarsi gli uomini liberi e su cui va difesa e tutelata la democrazia per conservare la libertà. Certo, senza farci dimenticare nessuna delle contraddizioni e difficoltà che vengono dall’euro e dall’Europa, né quelle che vanno affrontate perché derivano dalla globalizzazione che è un processo oggettivo e irreversibile. 

Questo punto mi pare così ovvio che perfino i 56 ex presidenti della Corte costituzionale e/o costituzionalisti che hanno diffuso il manifesto per il No al referendum non hanno osato proporlo, anzi proprio sul punto si sono cautelati avvertendo: "Non siamo tra coloro che indicano questa riforma come l'anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo". Insomma, niente stravolgimento autoritario e neanche la sua anticamera. Si può quindi ragionare con più calma e senza enfasi?

Eppure è quello dell'autoritarismo l’argomento, che francamente trovo un po’ terroristico, che sembra trionfare nel dibattito sostituendo una discussione serena sull’argomento.

Insomma, della tua lettera, e ti chiedo perdono per la mia strumentalità, mi colpisce, m’inquieta e m’interessa capire il punto centrale: perché persone che, pur con tutti i loro limiti ed errori (e qui parlo ovviamente dei miei), hanno sempre pensato alla politica come a un’attività alta possono trovarsi su posizioni tanto distanti da sembrare opposte. Ma spero che su questo ci sia il tempo del chiarimento prima  di perderci tutti nel regno della confusione.