L'ANALISI. Il referendum e il paradosso del NO di sinistra

L'ANALISI. Il referendum e il paradosso del NO di sinistra
ripetta   UNO. Uscito dal Quirinale Berlusconi (con Gianni Letta) ha fatto trapelare di aver detto a Mattarella: “Saremo una forza responsabile e anche se vincesse il No non chiederemmo automaticamente le dimissioni del governo” (Rep, 28 ott). Berlusconi si aggiunge quindi ai No che vogliono che Renzi resti anche se sconfitto. A chiedere che lasci resta solo il blocco M5s, Salvini, Meloni.

E’ un errore concludere che i (diversi) No di sinistra e quello del Cavaliere (ex) e di tutti gli altri, siano uguali. Ma non è inutile chiarire le conseguenze del paradosso per cui si vota in modo uguale per inseguire progetti diversi. Di certo Berlusconi (schierato a difesa della Costituzione più bella del mondo per anni da lui ha giudicata pericolosa perché dettata dai comunisti), con la dichiarazione al Colle, spazza la radicalità dei Brunetta e lascia in mezzo al fiume (certo, promettendo di riacciuffarli) Salvini e Meloni.

DUE. Vediamo meglio. Sulla permanenza a Palazzo Chigi di Renzi ha parlato per primo Renzi avvertendo che se avesse vinto il No si sarebbe dimesso. A rileggere gli avvenimenti si capisce che aveva detto una cosa perfino banale. Può governare chi viene bocciato dagli elettori espressamente interrogati? Certo che no! Se accade la credibilità del paese cede con forti danni. Cameron e la Brexit insegnano. Ma Renzi la cosa ovvia l’ha detta in modo minaccioso aprendo il fianco alla teoria della “personalizzazione” per chiedere il plebiscito. Così è sparito a lungo l’interrogativo vero: che accade se vince il Sì e cosa se vince il No? Il tono di Renzi (se perdo me ne vado e vi fate fottere), di per sé insopportabile, è stato drammatizzato, complici i social e i pubblicitari che cancellano riflessioni e argomenti a favore di percezioni, battute e spot.

TRE. Chi però ha attaccato sul punto è apparso da subito contro la permanenza di Renzi se avesse vinto il No. Un vantaggio (iniziale) per il No, perché Renzi risulta insopportabile (di sinistra e fanfarone, per la destra; un infiltrato della destra, per la sinistra). Ma consumatasi la personalizzazione, perfino con le scuse di Renzi, il vantaggio s’è rovesciato. I No hanno dovuto spiegare cos’avrebbero fatto dopo la vittoria. Per un po’ ha tenuto l’argomento dei Zagrebelsky e dei Settis: chi ha fatto il pasticcio trovi la soluzione. Ma fatti i conti i leader dei No hanno capito che un niente così non avrebbe tenuto a lungo. Serviva altro per non scoprirsi troppo. Ma cosa?

Il guaio è che l’unica possibile risposta, tiratosi via il M5s, è dire la verità: se vince il No faremo un governo di larghe intese e senza più discriminare nessuno (per esempio: pezzi del cdx ora fuori dal Governo). Ma i leader del No di sinistra, da non confondere con quelli della destra e della destra estrema, sanno che per far passare nel popolo della sinistra del No la grande Koalition non bastano le battute come: Alfano e Verdini valgono Gasparri, Casa Paund, Salvini, Meloni, Scilipoti e via elencando; quindi col No non cambia nulla perché il Cdx c’è già e l'ha fatto Renzi (in realtà l'hanno fatto prima Bersani e Letta). Anche perché se vince il No non basta dire cosa accadrà se va via Renzi (ormai dettaglio privo d’importanza) ma bisogna spiegare cosa accadrà dopo le elezioni del 2018 e la risposta resta sempre quella: un governo organico tra Cdx e Csx.

QUATTRO. Ma dire larghe intese prima del referendum o dirlo dopo fa una straordinaria differenza per vincerlo. Dire: resti Renzi ha il vantaggio di rinviare l’ostacolo (anche per Berlusconi). E’ a questo punto, Bersani per primo, che cambia la musica.  Le sinistre del No passamo da Renzi che se ne “deve” andare a Renzi che “deve” restare. Ed intanto D’Alema (che capisce in anticipo) mette in piedi l’incontro col Cdx. La ragione che ha spinto tutti al “Renzi resta lì”, non c’entra coi contenuti del referendum. E’ che in caso di vittoria del No, se Renzi va via, bisogna dire ai propri elettori che si farà un governo organico tra Cdx e Csx.

Questo giornale l’ha già scritto da tempo. Può quindi ora prendersi il lusso di citare l’editoriale di prima pagina del Corsera di mercoledì scorso che, dopo aver spaziato tra i paesi europei, spiega: “Molti osservatori ritengono che anche da noi una qualche forma di alleanza tra Pd e Fi sia la soluzione obbligata in caso di vittoria del No al referendum”. Soluzione obbligata, quindi. Il Corriere usa una forma soft, ma le larghe intese sono lo sbocco inevitabile della vittoria del No. Può non piacere, e a chi scrive non piace, ma è così ed è giusto che si sappia prima del voto perché si possa votare come si vuole e consapevoli. Che tale sbocco si realizzi subito dopo il referendum o che ci s'inventi intanto una qualche forma di consociativismo per realizzarlo dopo le elezioni del 2018, non cambia un granché.

CINQUE. Ma il No di sinistra teme che questa consapevolezza possa aprire una crisi all’interno del proprio elettorato che è contrario a contaminazioni e inciuci (copyright di D’Alema) e orientato sul No proprio in nome di una purezza che col No, invece e paradossalmente, “programma” un accordo con Berlusconi e i suoi.

Il messaggio di B a Mattarella sulla sua volontà di non chiedere le dimissioni di Renzi “automaticamente”, avverbio strategico di certo scelto e suggerito dal vecchio Letta, segnala che il Cdx berlusconiano ha visto (dopo il convegno di D’Alema e Quagliariello?) lo spiraglio strategico per rientrare in gioco da protagonista. Berlusconi più che far crescere il No (non si sta infatti sbracciando) ha interesse a tener ferma la spaccatura del Sì che per gran parte si consuma dentro il Pd renziano. Nonostante le pressioni del suo mondo (da Pera a Urbani al Foglio) B insiste sul No soprattutto per dare credibilità al No della sinistra (in realtà lo tiene in piedi). Fatti i conti, senza B il No della sinistra sarebbe infatti soltanto un mucchietto accanto alla montagna non spendibile politicamente di Grillo, Salvini e Meloni (per giunta perdenti).

CINQUE. Sono i paradossi della politica, bellezza!, direbbe il vecchio Humphrey Bogart.