REFERENDUM. E Trump zittisce la sinistra del No

REFERENDUM. E Trump zittisce la sinistra del No
refer   Tutti gli analisti sono concordi. Le elezioni americane segnano un’ombra lugubre per Renzi e per il voto del 4 dicembre. L’enfasi accordata dal premier alla cena americana con Obama, l’endorsement dell’ormai ex presidente degli Stati uniti in favore delle riforme renziane pesano ora come macigni e subito è scattato l’attacco. Renzi aveva scommesso sulla Clinton e sui rapporti con quel fronte ed ha perso. Poco da aggiungere. Però…

Però sin qui il ragionamento è quasi scontato, elementare. In realtà il premier, della cui proverbiale freddezza e cinismo molti cominciano a dubitare, dovrebbe guardare le cose da un’altra prospettiva. E soprattutto dovrebbe farle guardare alla pubblica opinione italiana da un altro punto di vista. E’ tra i sostenitori del No, infatti, che la vittoria di Trump dovrebbe gettare scompiglio e preoccupazione. Se Salvini e Grillo hanno ragione di gioire, se lo stesso fanno Farage in Inghilterra e la Le Pen in Francia, per non parlare delle frange estremiste olandesi o ungheresi o austriache, Bersani, D’Alema, Landini, Magistratura democratica e l’Associazione partigiani dovrebbero avere le loro gatte da pelare. Avrebbero, invero.

Perché si sono tutti abilmente defilati, lasciando a Renzi e alla destra populista italiana (in cui primeggia ormai in modo netto ed evidente il M5S) il compito di azzuffarsi dopo il voto americano. L’imbarazzo della Sinistra antipremier si vede (o si dovrebbe vedere) ad occhio nudo e, invece, il leader del Pd tace. Ma soprattutto hanno persola voce intelluali e politici del No che pure, fino alla vigilia del trionfo di Trump hanno occupato le pagine dei giornali.

Cosa mai dovrebbe dire?

Per esempio che la vittoria del No in Italia il 4 dicembre verrebbe percepita da tutte le Cancellerie del mondo come l’ennesimo successo del fronte populista, antieuropeo, antiimmigrati, antiglobalizzazione, filo russo (Salvini ha annunciato un viaggio a Mosca per spiegare le ragioni del No a Putin). Per Bersani & co. non resterebbe che lo strapuntino dell’aver fatto fuori il proprio segretario come presidente del Consiglio. Ieri in tv De Benedetti ha detto quello che, mi consenta caro Direttore, il suo giornale va ripetendo da mesi: se Renzi perde, come Cameron, deve dimettersi il giorno dopo, senza “se” e senza “ma”.

Può davvero la sinistra antirenziana reggere una posizione del genere evitando di pagare le proprie contraddizioni e l’insostenibilità di una situazione in cui porta acqua, con assoluta disinvoltura, al fronte più insidioso della politica italiana ed europea?

Bersani & co. dopo il voto americano sono precipitati in un calderone magmatico e malmostoso distante anni luce dalla loro tradizione, dal loro modello di società, dalla loro visione del paese e del mondo e, come in tutte le paludi e sabbie mobili, più tentano di muoversi più affondano.

La posizione egemone assunta da Grillo e Salvini nel fronte del No dopo l’elezione di Trump, l’immediata proiezione del successo populista americano sul voto referendario del 4 dicembre mettono all’angolo, persino moralmente, la battaglia per il No della sinistra, battaglia che conta (e molto) per affondare il riformismo costituzionale di Renzi.

Pur di battere l’odiato nemico interno, il giovane usurpatore delle vecchie glorie del PD e dell’establishment del centri sinistra che abbiamo attraversato, l’ammucchiata di sinistra per il No apre definitivamente le porte al nemico più pericoloso e in questo momento, apparentemente, quasi imbattibile. Sui palchi del 5 dicembre (se il No vince) Bersani, Landini, D’Alema o Magistratura democratica non potranno certo salire.

Salvini ha postato di nuovo le foto fatte con Trump durante la campagna elettorale americana e ci metterà quelle con Putin, Le Pen e via seguitando. Per non parlare di Grillo e delle parole sferzanti del suo linguaggio. Dalla notte di Trump il carro del No ha preso una direzione imprevista ed imprevedibile per la sinistra del No e i problemi dovrebbero essere immensi per questi, prima che per Renzi.

Al premier spetta di puntare l’indice su questa insostenibile leggerezza e, a questo punto, regolare veramente i conti ad urne chiuse il 5 dicembre.  Se vince il No, infatti, il peso di Bersani & co. sarà determinante, sono loro ad essersi fatti carico sino ad oggi della parte più importante della campagna antirenziana (altro che la motocicletta di Di Battista). Ma come per Pirro sarà la vittoria che anticipa la fine. Il mondo percepirà che l’Italia si è accodata al vento di Trump e per la sinistra italiana inizierà una notte lunga e fredda a contemplare, come Amleto, il teschio politico di Renzi.