UNO. Il significato del voto a Donald Trump a parte la sorpresa (che in quanto tale merita una riflessione specifica sul sistema mediatico mondiale che influenza l’orientamento di miliardi di persone) appare univoco e chiaro. Più o meno la metà degli americani (ragiono sui voti non sui seggi), al netto delle differenze, ha chiesto a Trump una sola cosa: che la globalizzazione venga fermata. Disoccupazione, lavoro, flussi migratori, impoverimento del ceto medio, incertezza sul futuro, e le altre angosce che inquietano i popoli e gli Usa, compresa la richiesta più armi per difesa personale, sono connessi all’effetto globalizzazione.
Un’America spaccata in due ha chiesto a Trump di fermarla. Lui senza fare una piega ha cavalcato la richiesta in modo perfino creativo.
DUE. Che la globalizzazione sia il cuore della tempesta epocale che sta scuotendo l’Occidente che abbiamo conosciuto negli ultimi 3 secoli a partire dalla rivoluzione industriale inglese, era già parso evidente, soprattutto nei paesi europei. La Brexit, chiacchiere a parte, ha significato questo. Prima, se avessimo saputo leggere, erano arrivati i segni dalla Francia di Marina Le Pen, dal leghismo italiano col suo sviluppo nazionale e di massa del M5s, dalle pulsioni emerse in Austria o in sollevamento in Olanda, da quelle ancor più inquietanti di gran parte delle ex dittature dell’area europea del socialismo reale.
TRE. Com’è stato possibile non cogliere i segni di un processo che col senno di poi (la più affidabile categoria dell’indagine storica) appare evidente? L’interrogativo è collegato a un altro che l’Occidente ha fin qui evitato di porsi in modo chiarosenza sfuggirne le conseguenze: è possibile fermare la globalizzazione? Si può soddisfare la domanda che cresce in Europa e negli Usa, cioè nei paesi che la globalizzazione, come tendenziale unificazione del mercato mondiale, l’hanno innescata? C’è il massimo di rimozione nel fare i conti con la domanda e il massimo di confusione e/o imbroglio nelle risposte di chi se ne fa carico per accaparrarsi quote di consenso. L’Occidente si scopre incapace di dispiegare una governance che trasformi le drammatiche criticità della globalizzazione in opportunità.
Trump, Farage, Grillo e Salvini, Orbàn non sono leader che hanno creato e dato consapevolezza a sommovimenti sociali trasformandoli in progetto politico. Di quei processi si sono impadroniti o dopo averli casualmente incrociati o perché li hanno avvertiti limitandosi poi a cavalcarli. La democrazia e il riformismo europei, al contrario di loro, hanno rimosso il problema nascondendoselo e quando l’hanno intercettato si sono fatti paralizzare proponendo ricette e schemi antichi che hanno contribuito a disperdere una parte ampia e crescente del grande patrimonio democratico e riformatore accumulato nel Novecento. Non a caso socialisti, riformisti, sinistre sono in crisi, dai Democratici Usa all’Europa, con la sola parziale eccezione (per ora) del Pd Italiano. In pochi si sono fatti domande, nessuno ha costruito risposte.
QUATTRO. A Mandela, uno dei grandi saggi del Novecento, viene attribuita una valutazione semplice e geniale: “La globalizzazione è come l’inverno, arriva”. Si può fermare l’inverno? Certo che no! Se non con un costo che il livello contemporaneo di coscienza rende (fortunatamente) inaccettabile. L’inverno, quando arriva, si può al massimo fronteggiare, magari con un bel cappotto. E’ la sua governance, non il suo impossibile blocco, il compito della nostra epoca. Qualcuno crede che Trump, al di là della sua buona volontà e perfino (azzardo) della sua possibile buona fede, potrà mantenere gli impegni presi col populismo e gli operai americani che il populismo hanno abbracciato? Non ci crede nessuno al di là dei circa 40 e rotti mln di americani spaventati che ci vogliono credere.
CINQUE. Perché in Europa continuiamo a tenerci lontani dal problema? La risposta più plausibile è che nessuno sia in grado di affrontarlo. Preciso: nessun paese europeo può da solo rispondere a quel che politicamente ed economicamente significa fermare gli effetti (quelli perversi e devastanti) connessi alla globalizzazione. La prova scientifica di questa affermazione è facilmente rilevabile nell’atteggiamento dei governi europei sui migranti. Non si tratta di essere buoni e umanitari, ma di prendere atto che i demografi (da sempre i più credibili su vicende e futuro del mondo) ci spiegano che senza la loro integrazione l’Europa diventerà in tempi medi un grande paese di vecchi che nessuno riuscirà a mantenere e gestire. Sulla governance della globalizzazione può (potrebbe) intervenire solo un’Europa che abbia già cominciato a diventare unità politica (quelli che ci stanno) rinunciando a quote crescenti di sovranità nazionale. Sovranità politica e non solo economica.
E’ difficile? No, è difficilissimo. Ma l’alternativa è il disastro e la regressione, non solo economici. L’Europa dovrebbe averlo imparato dalle tragedie del Novecento che hanno ridimensionato il suo ruolo nel mondo. E' necessario lavorare al ridimensionamento drastico dell’Europa delle nazioni che curano i propri giardinetti con piglio nazionalista e la furbizia di chi vuol fregare il vicino di casa. Senza Europa politica saremo sempre più emarginati in un mondo di popoli emergenti di gigantesca dimensione. E’ una strategia di governance quella che può (potrebbe) venire dall’Europa politica alla civiltà contemporanea, ancora più urgente dopo Trump. Né pare vi siano altre possibilità per evitare il possibile sbocco di uno scontro, ancora qui come nel Novecento, che ci consegnerebbe a secoli di marginalità. L’Italia potrebbe avere un ruolo importante per spingere in questa direzione se riuscisse a liberarsi dalle sue microquestioni.