Primo tempo. Renzi ha detto che se al referendum avesse vinto il No e perduto il Sì, si sarebbe dimesso dal Governo e avrebbe abbandonato la politica. Scoppiò una polemica che continua ancora oggi perché la dichiarazione è stata da molti interpretata come una richiesta di plebiscito e gli avversari di Renzi continuano ad alimentarla. Secondo tempo. Renzi ha chiesto scusa. Ha detto di avere sbagliato a fare quella dichiarazione. Ma non ha mai detto (mai) che se avesse vinto il No sarebbe rimasto al suo posto. Ha detto: non parlo più di questo argomento. Scelta inutile e forse sbagliata perché il No (inevitabile) ha continuato ad accusarlo di avere inasprito il clima dello scontro. In questo stesso secondo tempo, ha cominciato ad avvertire che sarebbe però rimasto il segretario nazionale del Pd. Insomma, silenzio sulla permanenza al governo ma assicurazione che sarebbe rimasto segretario. Passaggio significativo perché essendo il Pd il maggiore partito italiano (con maggioranza alla Camera grazie al Porcellum) Renzi ha fatto sapere che avrebbe continuato a svolgere un ruolo decisivo nella politica italiana anche in caso di sconfitta.
Terzo tempo. Renzi affina le precisazioni. Con sempre più insistenza e intensità ripete esplicitamente che se vince il No lui si dimetterà dal Governo. Rispetto al secondo tempo, due novità rilevanti: A) ripropone con nettezza le proprie dimissioni dal Governo (rimangiandosi tacitamente l'ammissione dello sbaglio) ma costringe il No (specie dem) a immaginare nuovi governi (così creando imbarazzo ai dirigenti del No coi propri elettorati), e B) rafforza l’ipotesi, sempre tenuta ferma, che resterà segretario del Pd.
Fuori dalla sala cinematografica di Renzi, altri film. Una parte del No non ha dubbi: se vince il Sì il Governo deve far le valigie e sloggiare (Grillo, Lega, FdI, buona parte di Fi compreso Berlusconi, i cattolici del family day). Un’altra parte del No (soprattutto la sinistra dem) dapprima gli dice: non ti chiediamo di andartene ma se te ne vai non c’è problema. Perfino D’Alema, che è un No diverso e più lineare rispetto Bersani, lo teorizza. Successivamente, si inizia a chiedere a Renzi di restare, anche se “ammaccatino” o “con qualche problema”. Infine, e con sempre maggiore insistenza, emerge l’argomento che, se Renzi insisterà sulle dimissioni consumerà un gesto irresponsabile nei confronti del paese. Si chiede anche che resti, al di là di Renzi, l'attuale maggioranza di Governo.
Così è andata fino alla quasi vigilia del voto. Renzi si dimetterà? Per una parte del No non c’ha mai pensato. Le dimissioni sono un imbroglio. Per altri (tra Sì e No) anche se sconfitto gli andrà bene. La percentuale del Sì gli sarà per intero intestata. Mentre quelli del No resteranno, anche vincendo, “accozzaglia”, cioè un grande mucchio ancor prima di mucchio degradato. Potrà alzar la voce Grillo, ma tutti gli altri potranno soltanto far finta di avere vinto. Nessuno, comunque, può giurare sulle dimissioni o la permanenza di Renzi. La politica ha una solida tradizione di repentini capovolgimenti di posizione. Bisogna aspettare.
Si può però fissare qualcche punto per capire quali saranno i possibili scenari futuri. Intanto, dimissioni o no? Se la vedranno Renzi (e Mattarella). Ma è certo, invece, che se Renzi resta da sconfitto uscirà dalla scena politica nazionale. Per sempre? Domanda sbagliata e senza risposta. Di sicuro, per un bel pezzo. Altro punto: in questo caso perché dovrebbe conservare (anche) la segreteria di un partito che ha portato al massacro con l’azzardo referendario e senza avere un piano B? Il premier durerebbe per la legge elettorale (proporzionale) e poche altre cose. Dopo dovrebbe faticare per essere rieletto alla Camera o, per fargliela pagare, al Senato. Svanirebbe anche il rapporto fiduciario con gli elettori del Sì. Notabili, capicorrente e soprattutto parlamentari capirebbero in tempo reale che le prossime candidature non dipenderanno da lui. Certo, s’intesterebbe un importante contributo all’Italia per averla aiutata a restaurare l’antico tran-tran, dopo averla disastrata. Nient’altro. Le dimissioni dal Governo e il mantenimento della segreteria Pd, specie se la sconfitta non fosse catastrofica, gli consentirebbero invece un protagonismo strategico: sul nuovo governo, sulla legge elettorale e perfino sulla scelta del momento in cui giocare la rivincita.
La scelta sembra facile. Ma non è così. Incombe l’elemento decisivo che nessuno conosce fino in fondo, Renzi compreso: la saldezza e la qualità della maggioranza Pd che attualmente lo sostiene. Renzi per non uscire di scena e potersi giocare la riandata, col peso del Sì sia pure sconfitto, ha bisogno di una maggioranza certa e sicura, convinta di un progetto.
Si capirà subito, appena inizieranno ad arrivare i risultati, se la maggioranza si rinserra o se dal suo seno s’inizierà a dire che certo è stata una bella battaglia, ma ora bisogna prendere atto con realismo di quanto è successo e che quindi… e via col tourbillon che s'è già scatenato tante volte.
Incognite e interrogativi che rendono difficile qualsiasi predizione. Ma ormai, mancano poche ore. Basta aver pazienza.