La Battaglia del referendum e il destino della Repubblica

La Battaglia del referendum e il destino della Repubblica
repu Si e’ finalmente chiusa questa orribile campagna elettorale durata mesi e mesi sul referendum e la parola, altrettanto finalmente, passa ora a noi. Con un sì o con un no daremo il taglio definitivo ad una battaglia senza esclusione di colpi che ha di fatto sancito il ritorno in campo della tanto vituperata Prima Repubblica, quella stessa che in un imperdibile saggio, da pochi giorni in libreria, Piero Craveri ha messo al centro di un bilancio assai critico, incentrato sull’esplosione della spesa pubblica e sul drammatico fallimento delle Regioni. Tutte cose di cui si parla anche in questo referendum ma mai al centro davvero della contesa.

  Ma tant’é…

  In questi lunghi mesi si e’ visto di tutto e di più, tranne che il merito vero dei problemi che sono rimasti quasi sempre sullo sfondo e la responsabilità principale è sicuramente di Matteo Renzi. Errore non solo tattico ma strategico il suo, che peserà a prescindere dall’esito del voto. Sull’altro versante si é assistito invece all’avanzamento di un fronte indistinto e variegato, quel plotone appunto della prima repubblica che ha addirittura finito con il mettere finalmente d’accordo persino Bobo e Stefania Craxi! Ma sono solo appunti a margine di una grande questione politica, che ci rimanda al cuore del problema che c’era prima del referendum e che continuerà ad esserci dopo: come cioè fare crescere un ceto politico di qualità, come rintuzzare la sfida dell’antipolitica che non nasce certo sotto un cavolo o senza ragioni?

Angelo Panebianco ha scritto nei giorni scorsi che le tesi antipolitiche hanno successo, si radicano e si diffondono perché’ la politica non sa ribattere colpo su colpo, non sa contrapporre argomenti seri, forti e duri in difesa di se’ stessa. Ma tutto ciò non  é stato fatto a causa della cattiva coscienza, della consapevolezza degli errori accumulati da cui é necessario emendarsi. Non fare questo significa, però, lasciare il campo senza combattere e alla fine suicidarsi.

  E’ quello che in parte é avvenuto in questi lunghi mesi, con contrapposte e divaricanti tesi sul sì o il no, in cui spesso si e’ capito solo il segno di una volontà non di fare avanzare il significato di quella politica sana e vera ma solo la sottintesa volontà di cavalcare quel vento e quel sentimento dell’antipolitica combattuto a parole ma in realtà tirato in campo, a destra come a sinistra, per ragioni di un miope ed esclusivo calcolo elettorale.

  E’ ovvio che così facendo non si è fatto e non si farà un buon servizio alle sorti della Repubblica e della democrazia e le macerie che si ritroveranno in campo il 5 dicembre di buon mattino ci sarà qualcuno che le dovrà rimettere in piedi e ricostruire. Sarà possibile? E come?

  Questo e’ il vero interrogativo che ci lasciano queste estenuanti settimane di lite verbale (e non solo). La democrazia non é vincere ma rappresentare e costruire consenso. Anche mediare. Tornando al saggio di Craveri quella classe politica uscita dalla guerra ha regalato negli ultimi 70 anni gioie e dolori, in un cerchio di riforme via via sempre più assenti. Oggi si tratta di decidere, in fin dei conti, se e in quale misura valga la pena avviarsi su un cammino nuovo ma incerto e confuso. Ma – per favore – per salvare quel che poco che resta della politica buona evitate ed evitateci altre competizioni come questa che alla fine fanno davvero perdere tutti!