L’ANALISI. La vittoria del no e la sconfitta di Renzi (e del Pd)

L’ANALISI. La vittoria del no e la sconfitta di Renzi (e del Pd)
dimissioni  UNO. La sorpresa c’è stata. E’ rilevante e inedita, destinata ad aprire grandi sommovimenti nella politica italiana e nella storia del paese. E la sorpresa non è la vittoria del no, annunciata a lungo e fin dall’inizio da tutti i sondaggi che non hanno mai registrato un dubbio sia pur vago sull’esito finale dello scontro. La sorpresa, invece, è nella dimensione della disfatta del sì capitanato da Renzi che s’è ritrovato venti punti dietro agli avversari. Gli italiani hanno scelto in modo netto e senza lasciare dubbio alcuno: hanno deciso di non cambiare la Costituzione, e insieme, forse soprattutto, di bocciare Renzi. Fin qui tutto chiaro e inequivoco. Ma è da questo punto in avanti, quando si tenta di capire il senso politico di quel che è accaduto, che le cose si complicano ed emergono difficoltà che saranno probabilmente al centro delle discussioni che ci aspettano. Il risultato, ad una primissima indagine, proporre due filoni: quello sull’elettorato che ha votato no; e quello sulle conseguenze del voto nel paese.

DUE. La dimensione quantitativa del 20% tra vincitori e vinti non spiega per intero quel che è successo. E’ ancora più significativo che la differenza si sia registrata sul 68,44% dell'elettorato. Una percentuale che nessuno aveva ipotizzato tanto ampia e che appesantisce parecchio la sconfitta del fronte renziano. Nel 2001 (titolo V del cosiddetto federalismo) votò il 34,1. Nel 2006 (devolution) il 53,6 in due giorni. Dopo 10 anni una quota importante di elettori è passata all’astensionismo per problemi d’età e di salute. Quindi la sconfitta del sì si registra in un contesto in cui il Pd e Renzi si sono misurati con una quota altissima dell’elettorato italiano che li ha al momento piegati e sembra dimostrare che, Pd e Renzi siano ora una (sia pur consistente) minoranza.

TRE. Ma la solenne vittoria del no è vittoria di un’aggregazione di forze diverse e talvolta incompatibili. Si pone quindi il problema di capire quali tensioni o suggestioni hanno sollecitato il ritorno in campo di quote di elettorato che negli ultimi anni avevano scelto l’astensione. Insomma, dal punto di vista politico, che è stata parte decisiva dello scontro, con buona pace degli appassionati cultori dei dettagli della riforma costituzionale, è evidente che Renzi e il Pd sono stati sconfitti ma non si capisce chi ha diritto (al momento) a intestarsi la vittoria. Né è interamente da escludere l’ipotesi, affacciata da alcuni analisti nei dibattiti televisivi della notte, che al fondo della mobilitazione elettorale di una parte consistente del no, la parte che inaspettatamente si è presentata ai seggi,  vi siano state ragioni politiche e sociali che poco si identificano con quelle dell’arcipelago del no.

QUATTRO. Separato dai temi sopra esposti è quello delle conseguenze del 60 a 40 sulla politica italiana. Renzi s’è dimesso da presidente del Consiglio ed ha fatto capire che non sarà lui il nuovo capo del governo. Era scontato che andasse così. In realtà, le dimissioni di Renzi non sono mai state nella sua disponibilità (forse neanche in quella di Mattarella) perché il capo del governo di un grande paese che viene bocciato dai cittadini espressamente interrogati deve necessariamente dimettersi. Se non lo fa il paese che rappresenta perde credibilità e, quindi, risorse. Comunque Renzi ha con tempestività risolto il problema con nettezza riconoscendo la sua sconfitta. Lo ha fatto anche sapendo che se fosse restato presidente del Consiglio, come pure gli è stato ancora chiesto dopo il voto da parte della minoranza dem, avrebbe fatto un piacere a Fi e sarebbe scomparso dalla scena politica nazionale dove Renzi immagina di poter avere ancora un ruolo importante. Ma questa parte della vicenda è collegata alla tenuta della maggioranza che l’ha fin qui sostenuto dentro il Pd (vedi su zoom: Sondaggi unanimi: il NO vincente è molto avanti. Il progetto di B; e soprattutto: Renzi, il dopovoto e il rebus della maggioranza Pd). Non è facile fare previsioni e non è detto che quella maggioranza (in gran parte formata da ex bersaniani) regga. Non sarà facile, per l’insieme di questi motivi, risolvere la crisi. Il paese non può andare al voto senza prima fare una nuova legge elettorale. Il no, anche questo era chiaro a tutti, vincendo ha travolto l’Italicum. La richiesta del M5s di andare subito al voto estendendo, in una settimana o giù di lì, l’Italicum al Senato, che conserva tutti i diritti che ha rischiato di perdere, ha pochissime possibilità di andare in porto. Un governo in qualche modo si farà. Ma un governo che abbia i numeri per varare una nuove legge elettorale e portare il paese al voto, lavorando per mettere fine alla guerra civile strisciante che ci trasciniamo da anni, non sarà semplice metterlo insieme.

CINQUE. La Calabria è stata la regione con la più bassa percentuale di votanti. Ha inciso nello scontro meno, ma molto meno, dell’inutile voto estero. A tanta marginalità corrispondono problemi sempre più drammatici. Ma su questo è augurabile si apra una reale discussione.