L’INTERVENTO. Renzi, Grillo e la rottamazione senza rete

L’INTERVENTO. Renzi, Grillo e la rottamazione senza rete
rengri  Caro Direttore, l’articolo apparso su Il Fatto quotidiano  a firma di Roberto Marchesi dal titolo “Beppe Grillo è il vero rottamatore, altro che Renzi” porta al culmine della cronaca politica un dibattito, già da tempo avviato, su chi tra i due leader politici  possa definirsi il vero “rottamatore”.

La posizione politica dell’ex premier risulta ad oggi sicuramente di una qualche debolezza dopo la sconfitta referendaria, anche per i dati di voto relativi a giovani e giovanissimi, che pare abbiano percentualmente optato per bocciare la riforma. Ciò nonostante è impossibile contestare a Renzi di non essere entrato nella scena politica nazionale a piedi uniti, assumendosi il peso di affrontare oneri ed onori di una fase di cambiamento, o tentato cambiamento, in prima persona. Atteggiamento molto diverso da quello del comico genovese che invece sceglie di non scendere direttamente nell’arena politica, ma di svolgere un ruolo di supervisore, o garante come si dice, di ciò che fanno altri. La necessità di Grillo a tenere questo atteggiamento sta proprio nei contorni diversi delle “rottamazioni” proposte dai due.

Matteo Renzi propone per la rottamazione un criterio criticabile, fallibile, forse anche stupido per alcuni, ma certamente oggettivo. La discriminante  della rottamazione renziana è l’età. Un dato appunto certo, verificabile, oggettivo. Sei vecchio ed hai passato una vita a far politica? Sei fuori. Sei giovane e voglioso di metterti alla prova in politica? Ti puoi fare avanti. L’età diventa il criterio discriminante. Giusto o sbagliato che sia. Però è un criterio certo. Renzi lo ha stabilito, sicuramente sapendo di essere anagraficamente giovane e quindi di venirne avvantaggiato, ma poi, una volta scelto il criterio non starà più a lui dire chi può o non può provare a cavalcare la nuova fase politica. Parlerà per tutti la carta d’identità. Si stabilisce un criterio insomma, ma non direttamente chi può o non può “essere il nuovo”.

La rottamazione grillina invece è ben altra cosa. Ha in sé un elemento di profonda diversità. Si tratta piuttosto di una rottamazione su base manichea. Il bene contro il male. Il giusto contro l’ingiusto. Il giusto dentro, l’ingiusto fuori! Bene, ma chi decide chi è giusto e chi no. Non c’è un parametro oggettivo, non è scritto sui documenti come per l’età. E la differenza non è da poco. Già, perché qui rientra in gioco il Beppe nazionale. E’ lui, di fatto, che stabilisce chi è giusto e chi no, chi è dentro e chi è fuori. Non ci sono dati oggettivi a cui appellarsi. Chi fino al giorno prima era dentro il giorno dopo può essere fuori. Gli esempi già non mancano. E come è possibile? Non era più uno dei giusti, dunque fuori. Questo tipo di  rottamazione è il motivo per cui Grillo non può scendere nell’agone in prima persona, non può candidarsi a fare il premier o ad entrare in parlamento. Una scelta del genere lo umanizzarebbe. Lo renderebbe un politico tra i politici. In ultima analisi un uomo tra gli uomini. E Lui invece ha bisogno di essere una specie di figura faraonica, con carattere divino, con capacità superiori, con il potere di vedere e comunicare al resto del gruppo chi è giusto e chi non lo è. Solo mantenendo questo ruolo è in grado di portare avanti la rottamazione grillina. Quella dei buoni contro i cattivi appunto. Un’impresa ben più ardua di quella semplicemente anagrafica portata avanti, non senza grandi pecche, da Matteo Renzi. Premier umano, e dunque, come tutti gli uomini, fallibile. Addirittura sostituibile. Comunque vada, rottamazione sì o rottamazione no, mai un faraone.