L’ANALISI. Ricostruire il Sud. Il Nord da solo non basta più. Lo sanno anche Ue e Germania

L’ANALISI. Ricostruire il Sud. Il Nord da solo non basta più. Lo sanno anche Ue e Germania

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All'alba del 20 luglio a Bruxelles l’Italia ha vinto un battaglia, non la guerra. Ora ci attende un confronto e dobbiamo evitare una guerra civile. Spetta all' Unione Europea garantire il rispetto di condizionalità perentorie: investimenti su progetti finalizzati a ridurre le disuguaglianze e a garantire sviluppo sostenibile. L' Italia sconta oggi più di ieri il patologico dualismo che dal 1992 ci ostiniamo ad esorcizzare alimentando vizi e patologie che fanno di noi il grande malato d' Europa. Prima ci svegliamo e meglio è. I miliardi deliberati, apparentemente congrui, al più consentirebbero a questa Italia di restare a galla. Non sembra avvedersene Roma, pallida regista di una rotta senza stelle polari. Li reclama invece chi per il dopo-pandemia ripropone l'assioma che l’Italia è il ridotto Lombardo- Veneto- Emiliano.

Ragionare per assiomi per definizione indimostrabili è molto pericoloso. Diabolico è poi insistere da venti anni su un assioma mal posto che ha provocato danni incalcolabili. Certo il prezioso motore del Nord merita manutenzioni significative, ma è evidente che la surreale 'questione settentrionale' in nome della quale il Nord ha svolto in solitudine il ruolo di locomotiva (dal titolo V al fuoco fatuo dell' Autonomia) ha fallito l' obiettivo dello sviluppo e non regge il confronto con i competitors UE.

Il vanto di seconda manifattura d'Europa non frena il declino del Nord e del Sud.

Il Corriere informa che Milano esce dal novero delle prime 20 realtà metropolitane scavalcata da Bratislava; capisco l' ansia, di Sala né serve a fugarla la proposta del Prof. Tabellini di far correre Milano mettendo in conto di 'rallentare' Napoli a una paziente attesa. L' apparente razionalità di questa follia, induce il Nord a chiedere di farsi Stato. Il corto circuito dell’epidemia ci ha messo con le spalle al muro ma non pare incidere su consuetudini palesemente lesive della Costituzione tese ora ad eludere le condizionalità dell'Unione: si compirebbe in tal caso l’eutanasia del Sud e con essa il collasso del Paese.

E' improbabile che questo accada senza far esplodere la 'guerra civile' che già cova dopo l' imprevisto effetto boomerang generato dall'avventata richiesta di autonomia rafforzata. Tra il 2018 e il 2019 si è fatta luce sui micidiali divari nei diritti di cittadinanza prodotti dalle asimmetriche somministrazioni territoriali di austerità (spesa storica docet). Si è così spaccato il Paese in sottoinsiemi senza coesione, accomunati solo da una crescente e asincrona debolezza. I numeri, dietro ai fatti, hanno illustrato il sistematico spregio dei processi perequativi; l' urgenza di intervenire prospetta turbolenze all'orizzonte che oggi possono essere governate grazie alle risorse assegnateci per cogliere precisi obiettivi. 

Garantire la necessaria revisione al motore lombardo-veneto-emiliano, dunque, è altra cosa dal perseverare nella fallimentare prassi finora sperimentata. Al Paese non basta il Nord; e anche per il suo bene va attivato in gran fretta quel motore che solo il Mezzogiorno può avviare.

Se così non sarà l'Italia si condanna ad inseguire il miraggio del PIL a 'quota 2007' che i già prevedibili risultati 2020-2021 allontanano di altri 5-6 anni al Nord e di 14-15 anni al Sud mentre tutti (eccetto la Grecia) sono ampiamente oltre da anni. Con un fossato che rischia di divenire incolmabile, l’esigenza di 'ricostruire' che si aggiunge a quella di 'recuperare' non si soddisfa con il vento del Nord o i miracoli di industria 4.0 utili, se va bene, per galleggiare non per navigare. Il cambio di rotta, deve iniziare dalla sedicente politica di coesione: finora utilissimo anestetico per ibernare -come da programma- il mal meridionale. Fatto il consuntivo di questa lunga e sconclusionata strategia, la Lombardia, l'Emilia, il Veneto perdono tra il 25% ed il 30% di PIL pro-capite rispetto alla media UE e 25, 29, 34 posizioni tra le regioni d' Europa. Il Piemonte si candida già a regione 'in transizione', seguono a ruota Toscana e Friuli Venezia Giulia. Già retrocesse sono Umbria e Marche. Mettendo assieme i pezzi, direi che quanto più il Nord abbandona il Sud tanto più l'Italia si smarrisce.

L'alba di Bruxelles è importante: dice che la Germania - diversamente dal Professor Tabellini - ritiene che ' rallentare' il Mezzogiorno è perdere l'Italia e con essa il Mediterraneo, la frontiera Sud dell' Unione che guarda all' Africa e al Medio Oriente. Un rischio da sventare, con buona pace dei nostri mitteleuropei affezionati alla micidiale inefficacia delle loro pratiche estrattive.

Il Sud va ricostruito con un progetto-sistema. Gli strumenti brillano da anni al sole; solo noi non li vediamo. I compiti a casa sono chiari: sviluppo sostenibile, riduzione delle disuguaglianze al fine di radicare nel Mediterraneo il cervello logistico d’Europa a simiglianza, se possibile emulando il Northern range. L'Unione europea conviene ora che il Sud è indispensabile all’Europa, anche a quella del Nord.

In questo Sud, in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria vivono oltre 12 milioni di persone allo sbando: un 'quadrilatero del paradosso' regno del reddito di cittadinanza, al contempo presidiato ai vertici da 4 Zone Economiche Speciali (Bari, Gioia Tauro, Napoli, Taranto), i migliori porti del Mediterraneo. Da tre anni attendiamo che le Zes da virtuali diventino reali, una macchina in grado di imprimere una diversa dinamica al Paese.

Le Zes, centrate su retroporti e distripark, rappresentano una prima cruciale discontinuità da rendere rapidamente operativa superando l'ignavia e l’inerzia di decenni. Collegare l’Adriatico al Tirreno apre l'asse intermodale euromediterraneo Napoli-Bari assente dai tempi dell' impero romano. Lo sviluppo del 'perimetro' con una mirata tessitura infrastrutturale consente di attivare ovvie relazioni interne all'area vasta del Mezzogiorno continentale: un naturale antidoto alla fragilità e marginalità di estesi territori in via di desertificazione, che tale rimarrà finché non si guarda al sistema come a un contenitore ricco di competenze, di potenzialità da connettere. Un quadrilatero che fa perno sulla Basilicata non più sperduta periferia di cento comuni spopolati. Rimettere in corsa il Sistema Italia è quindi tutt'uno con la sfida di costruire la base logistica euromediterranea, competitiva, parzialmente sostitutiva del Northern Range e, soprattutto, indispensabile per provare a vincere nel 2050 la sfida della decarbonizzazione per salvare il pianeta.

Ma per noi l'opportunità da cogliere è anche quella di corrispondere al dovere di mobilitare l' enorme rendita posizionale con enormi investimenti e progetti per spazzare via l' illusoria demagogia di questa dipendenza a debito fatta di enormi insostenibili sussidi assistenziali.

* Presidente della Svimez
**questo articolo è già apparso sul quotidiano Il Dubbio.