SAPIENS. Qualcosa si muove sul rispetto della privacy on line

SAPIENS. Qualcosa si muove sul rispetto della privacy on line

neeva

Dopo essermi immerso totalmente, da un po’ di tempo, nelle tematiche relative a web, social media, tecnologie digitali, intelligenza artificiale, attacchi alla privacy, leggendo saggi, romanzi distopici e articoli, assistendo a incontri, ho appena finito Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff. Questo è un libro che tutti dovremmo studiare per capire da dove è partita la corsa all’appropriazione delle nostre vite, e dove è arrivata, e cioè a un livello di ampiezza (in ogni ambito e in tutto il mondo) e di profondità (lo scavo in ogni singola esistenza fino a conoscerla più di noi stessi, e non è una boutade) sinceramente angosciante. Zuboff, nelle 540 pagine della sua opera, penetra ogni anfratto di un mondo popolato essenzialmente da soggetti che hanno un unico credo: ampliare il loro potere e guadagnare cifre inimmaginabili. Anche se l’analisi concerne tutte le Big Tech (Google, Facebook, Microsoft, Amazon, Apple), è sulle prime due che si spende in misura maggiore, in quanto dedite alla sorveglianza più delle altre.

Nel documento di progetto presentato ai tempi dai fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, si legge: “Noi riteniamo che un motore di ricerca finanziato dalla pubblicità sia intrinsecamente condizionato dagli inserzionisti e che questo lo allontani dai bisogno degli utenti”. Buone intenzioni rimaste tali per un periodo brevissimo, quando ancora la Silicon Valley si presentava come un luogo di libertà, innovazione, fiducia nel futuro di tutti, non solo dei nerd.
Negli ultimi tempi, tuttavia, qualcosa sta mutando, anche se nessuno è in grado di prevedere per quanto e con quale forza soffierà il vento del cambiamento. La spinta proveniente dall’Europa e dagli USA di Biden è notevole, e forse è per questo motivo che Google ha annunciato che rinuncerà ai cookies da qui a breve, anche se è alla ricerca di nuovi strumenti per continuare a profilare gli utenti.

Tim Cook, Ceo di Apple, ha di recente esposto le sue idee sul rispetto della privacy dei suoi clienti: “Progettiamo i nostri prodotti in modo tale che la privacy sia integrata in essi. Alcuni dei nostri dati più personali sono sul telefono: i nostri dati finanziari, le nostre informazioni sanitarie, le nostre conversazioni con i nostri amici, familiari e colleghi. E così, invece di portare quei dati in Apple, abbiamo conservato i dati sul telefono e il fruitore li ha crittografati e li controlla. Pensiamo che i nostri clienti vogliano che li aiutiamo a mantenere i loro dati al sicuro. Pensiamo che le persone vogliano che le aiutiamo a mantenere la loro vita privata. Vediamo che la privacy è un diritto umano fondamentale, e faremo tutto il possibile per mantenere la loro fiducia. La nostra visione è sui valori, non privilegia il punto di vista dell'interesse commerciale.  I nostri clienti non sono i nostri prodotti, non raccogliamo molti dei loro dati e non conosciamo ogni dettaglio della loro vita”.

E Google? Come già accennato, ha annunciato modifiche di Chrome: per limitare cookie di terze parti; per sviluppare nuovi sistemi al fine di migliorare la privacy degli utenti nella pubblicità digitale;  per smettere di utilizzare i dati della cronologia di navigazione per gestire la pubblicità. E infine, la solenne promessa  di non sviluppare strumenti di tracciamento alternativi ai cookies.  

Facebook, dal canto suo, non sembra seguire la scia, come nel caso del pagamento dei contenuti agli editori, e difende lo sfruttamento della privacy e la pubblicità iper-mirata. Nella personalissima visione di Zuckemberg, gli utenti vogliono ardentemente gli annunci personalizzati, non ne possono fare a meno, e lui è il difensore delle aziende medio piccole, che prospererebbero solo in virtù della targetizzazione più spinta.

Ma il quadro si arricchisce ulteriormente, stavolta in senso positivo (almeno a livello di nobili intenti). Sridhar Ramaswamy è un ingegnere di origine indiana. Ha trascorso 15 anni in Google, dall’inizio dell’avventura del motore di ricerca più utilizzato al mondo, e ne ha gestito la divisione pubblicitaria da oltre cento miliardi di dollari. Se ne è andato nel 2018, forse ricordando il passo del documento di progetto citato sopra e verificando che l’ossessione della crescita andava a scapito della qualità della ricerca e della privacy degli utenti. Con Vivek Raghunathan ha fondato, da zero, un motore di ricerca senza tracciamento dei dati e senza pubblicità. In pratica, il Google dei primordi. Si chiama Neeva, e attorno a esso si sono raccolti molti quotati ex googlisti “pentiti”. Si reggerà, oltre che su finanziamenti già raccolti, su abbonamenti da 5 o 10 dollari. In esso gli utenti potranno effettuare le loro ricerche senza essere tracciati e vedendo ciò che loro desiderano e non quello che gli inserzionisti gli vogliono propinare. Neeva dà priorità alle recensioni dei prodotti piuttosto che alle pubblicità per i grandi rivenditori. Cerca di far emergere le notizie in base agli interessi di un utente ricavati dai suoi abbonamenti. 

E i plug-in da altre fonti consentono agli utenti di cercare più facilmente le informazioni in un'unica dashboard personalizzata. Ramaswamy elogia Google che "finalmente adotta misure per proteggere la privacy degli utenti". Tuttavia, sottolinea che Google tiene ancora traccia delle persone attraverso strumenti come Google Analytics. Il tentativo di Neeva, di scalfire il monopolio di Google è già fallito per altri, e parzialmente anche per Bing di Microsoft. Ma da utenti e cittadini, che non credono, come Shoshana Zuboff, alla ineluttabilità di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo sul web, non possiamo che augurarci che la sfida si riveli vincente.