Grazie, Gino Strada

Grazie, Gino Strada

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Verrebbe voglia di omettere o lasciare anonimo il pezzo, per il pudore di confessare di aver pianto la morte di Gino Strada. Un’emozione sopra le righe alla fine rivendicata, alzi la mano chi non c’è rimasto di merda alla notizia. C’è una canzone di Vecchioni che dice: “mi è andato un cane sotto un camion quella sera, ho pianto come un vecchio sopra una bandiera…se fosse stato un compagno basco avrei pianto di meno”. Dentro c’è tutta la sproporzione tra un avvenimento, la reazione che suscita e gli umanissimi interrogativi che emergono sul perché una notizia ci colpisca così tanto. In un momento già pesante per cento motivi, non ultimo la terra stuprata dal fuoco acceso da mani ignobili, questa notizia accora ancora di più.

Troppo presto. E’ sempre troppo presto quando l’umanità perde chi ha fatto cose che rimangono come segno di contraddizione. Se nell’inferno in cui a volte ci sentiamo precipitati, c’è stato anche solo un uomo che non ha temuto di scendere nelle fiamme per portare indietro il maggior numero di bambini, vecchi, donne e uomini, allora l’umanità è salva.

Gino Strada è stato un grande medico che ha cercato di dare pace dove c’era guerra, salvato vite sottraendole alla morte, praticato, senza indietreggiare di un millimetro, la giustizia a favore dei sofferenti. Anzi, dando tutto fino all’ultimo istante. Lo stesso giorno ha lasciato un articolo per la Stampa, dal titolo “Così ho visto morire Kabul”.  Chissà se ha presagito che la nera signora era lì a pochi passi da lui. Non un attentato, una bomba a prenderselo, non sono mancate cento occasioni, magari un rapimento… no, solo il cuore, sembra, si sia distratto. Poteva continuare a fare il suo lavoro ancora per un po'!

Servivano ancora su questa terra le sue mani da chirurgo, quella forza contro ogni ingiusta violenza. Ne ha spesa troppa di energia, gli uomini come lui non hanno mezze misure, non sanno cosa significhi essere tiepidi. Si spendono. Le immagini recenti con il volto segnato, dicevano come il suo tempo stava per scadere. Lo vedevi negli occhi che bruciavano di una febbre che però niente ha potuto spegnere. La fede nell’uomo. Gino Strada, medico, chirurgo di guerra, raccontava che da bambino alla fatidica domanda: “cosa vuoi fare da grande, rispondeva: il musicista o lo scrittore”.

Aveva lasciato alle spalle la nostalgia e il rimpianto di non saper suonare uno strumento o scrivere un romanzo, per aprirsi alla realizzazione di un gruppo di medici – uomini che sarebbero andati oltre le frontiere.
Chi è visionario può realizzare qualunque cosa. Lui lo è stato, come può esserlo un musicista o uno scrittore, con la differenza che i piedi li ha tenuti ben saldi sulla terra, e le mani hanno saputo toccare la vita e strapparla alla morte, anche se per farlo, dovevano ogni giorno immergersi nel sangue delle ferite del mondo. Una sorta di restitutio a chi aveva perduto tutto per rapacità e violenza altrui. “Se uno qualsiasi di noi esseri umani, diceva, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. … perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi”. 

Per questo il mondo dell'umanità senza frontiere oggi piange la morte di Gino Strada, perché ha dato prova di come si possa sovvertire il male. Ci mette davanti alla nostra nudità e alle nostre paure e titubanze. Temiamo che non ne nascano più persone così di cui, oggi c’è una necessità e un’urgenza grandi.  Però l’umanità vera è generativa, e nel segno del padre, Cecilia Strada ha risposto il suo grazie agli amici, dicendo che quando è accaduto, non era con lui, ma di tutti i posti dove avrebbe potuto essere una figlia che perde il padre, lei si trovava nel luogo più giusto e sacrosanto possibile. Era sul mare a salvare vite, perché: “è quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre”. Perché ci riguarda tutti. Grazie Gino Strada.